Il campo profughi di Makhmour Kurdistan Bashur*

  • Ottobre 14, 2019 22:53

[* ad opera dell’associazione VERSO IL KURDISTAN ODV ALESSANDRIA]

Sono cinque anni che l’Associazione verso il Kurdistan di Alessandria si reca nei territori del Bashur per realizzare un progetto relativo alla costruzione di un ospedale nel campo di Makhmour. Questi viaggi ci permettono non solo di seguire lo sviluppo di questo progetto, ma anche di conoscere sia la realtà in cui vivono i profughi curdi e sia la situazione di questo paese immerso tra lotte interne, regionali e internazionali. Quello che tutti ci chiedono è …raccontare, spiegare al mondo, chi sono e cosa vogliono, proprio perché l’informazione diretta di chi ha visto e sentito, è quella che rappresenta la verità. Quasi nessuno sa che esiste un campo profughi in mezzo al deserto che si chiama Makhmour organizzato con un sistema democratico dove le donne contano, dove le donne non sono solo madri o serve e dove da vent’anni una forte resistenza ha permesso loro di continuare a vivere una vita dignitosa e piena di speranze.

Mentre stavo scrivendo la situazione che ho trovato in Kurdistan, sono stata raggiunta da questa tremenda notizia.

Verso le ore venti del 13 dicembre scorso aerei turchi hanno bombardato le colline intorno al campo di Makhmour. Non è stato un caso la scelta di questo obiettivo da parte dello Stato turco. Makhmour deve essere annullato, cancellato, il suo esempio è troppo pericoloso.

Il bilancio dell’incursione: quattro donne uccise nelle loro baracche, una madre, sua figlia, sua nipote ed un’ospite della famiglia.

Questa non è stata la prima volta, dall’anno scorso il campo è stato attaccato con aerei da guerra dallo stato turco due volte, uccidendo civili e componenti delle Unità di Autodifesa di Makhmour. Contemporaneamente a questa incursione è stata attaccata anche la regione nord irachena di Sengal. L’attacco è avvenuto mentre la maggior parte degli abitanti yazidi era impegnata nei preparativi della festa Ezi. Tutto questo è la dimostrazione dell’odio del regime di Erdogan contro il popolo curdo e yazidi con l’obiettivo di voler completare quello che l’Isis non ha fatto. L’Isis infatti dopo Mosul ha spostato la sua attenzione verso Makhmour e Sengal. Luoghi che sono stati difesi dalla guerriglia curda. Dietro tutti questi attacchi si nasconde, ma non troppo, il piano d’invasione del governo turco a guida AKP-MHP (Partito conservatore turco della Giustizia e dello Sviluppo a guida Erdogan – Partito del movimento nazionalista, braccio politico dei Lupi Grigi) in Iraq Kurdistan Bashur, iniziato molto prima del conflitto siriano, attraverso una partnership strategica con il KDP (Partito Democratico del Kurdistan) di Massud Barzani. Si capisce quindi anche il perché della crisi di governo iracheno dopo le elezioni legislative di maggio scorso. La sensazione è quella d’identificare questa crisi come il prodotto delle tensioni tra Iran, Usa e Arabia Saudita. Lo scopo sarebbe quello di mettere il KDP e il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) contro il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e di allontanare poi il Puk da Baghdad. Il piano della Turchia è riprovevole e tutto dipenderà dall’acume politico dei curdi, del Kdp, del Puk e dalla loro volontà di rifiutare l’influenza dei colonialisti.

Quello che sta succedendo in Kurdistan è un fatto molto grave, ma tutto tace. Nessuna notizia. Nessuna condanna.

L’ONU dovrebbe denunciare questo attacco, dato che il campo è sotto il suo controllo come, in egual modo dicasi, per il Governo centrale iracheno ed il Governo regionale del Kurdistan del sud. Un silenzio che è sinonimo di complicità.

L’esempio più significativo è quello della divulgazione, nel novembre scorso, del bando di ricerca e di taglia, emanato dagli USA, per la cattura di alcuni dirigenti del PKK. Un azione questa che ha provocato molte proteste in tutta Europa: Amburgo, Berlino, Reims, Basilea, Roma. Una mobilitazione che ha evidenziato la difesa del PKK dall’accusa di essere considerato un’organizzazione terroristica, che ha chiesto la fine dell’isolamento del suo fondatore Ocalan in carcere in Turchia da 20 anni ed accusando gli Stati Uniti di aver emesso questi mandati solo per compiacere al regime dell’Akp in Turchia.

Non è possibile quindi che gli attacchi contro Makhmour e Sengal siano avvenuti senza l’assenso degli Usa. L’obiettivo è quello di intimidire ed allontanare dal movimento curdo tutte le aree che si sentono vicino ad Ocalan e alla lotta del popolo curdo.”

I campi profughi nel mondo non sono tutti uguali.

La loro diversità dipende dal luogo in cui si trovano e dal motivo della loro esistenza. Quello che però li rende uguali è la sofferenza per essere costretti a vivere una non vita, in un luogo che non è la propria terra e di non avere riconosciuto nessun diritto per un tempo indefinito. Vivere in un campo profugo significa vivere una vita non umana.

Il campo profughi palestinesi di Chatila in Libano di un chilometro quadrato, per esempio, è l’espressione del degrado umano dove 20.000 persone di ogni etnia (8000 sono palestinesi, poi siriani, libanesi, eritrei …insomma è il rifugio dei più poveri) sono costretti a vivere praticamente l’uno sull’altro in una situazione non umana senza nessun diritto di lavoro, sanità, istruzione, proprietà ecc.

Il campo profughi di Makhmour in Bashur, Kurdistan iracheno, in pieno deserto abitato ora da circa 13.000 curdi (ultimi censimento 6 anni fa) fuggiti dalla Turchia nel 1993, dove non possono tornare. In entrambe queste situazioni, i residenti dei campi cercano di sopravvivere cercando di non essere dimenticati dalla comunità internazionale intrecciando relazioni con alcune organizzazioni che si occupano di diritti civili. La speranza di poter vedere realizzati i loro sogni, nonostante tutte le difficoltà ed il senso d’abbandono, continua a vivere dentro i loro cuori. La speranza per il popolo palestinese in Libano si può tradurre nel lavoro dell’Associazione Beit Atfal Assomoud e quella del popolo curdo risiede nell’applicazione del Confederalismo Democratico. Ma per entrambi, è e resta, la resistenza del loro popolo.

Il campo di Makhmour è un’oasi nel deserto, ma pur dovendo sempre rapportarsi con un clima crudele, con animali pericolosi e con nuovi e vecchi nemici, il suo popolo è riuscito a mettere in pratica l’ideologia socialista elaborata dal loro leader curdo “Apo” Abdullah Ocalan, che ancora oggi si trova, dal 1999, in totale isolamento sull’isola carcere di Imrali. In questa prigione, costruita con l’approvazione delle istituzioni europee, non può incontrare i suoi avvocati dal 27 luglio 2011 e l’ultima visita della sua famiglia risale al 11 settembre 2016. Per questo nessuno sa quali siano, in realtà, le sue reali condizioni di salute.

Il campo di Makhmour è diverso da tutti gli altri campi profughi nel mondo. E’ diverso come organizzazione, come spirito, ma anche qui la vita è molto dura. La storia di questo campo assomiglia ad una grande epopea storica.

La migrazione dalla Turchia inizia nel 1993 con la guerra contro il PKK nel Kurdistan settentrionale o Bakur. L’esercito invase i villaggi vicini al confine con l’Iran e l’Iraq, costringendo gli abitanti a dover scegliere tra la collaborazione con i militari nella repressione del partito, l’uccisione o la fuga. I villaggi furono come al solito incendiati e le persone perseguitate. La maggioranza scelse l’esilio. Il PKK era onorato. In montagna c’erano i propri figli, mariti, sorelle, fratelli. Non si poteva tradire!

I profughi oltrepassarono la provincia di Sirnak e giunsero nel Bashur, nel Kurdistan iracheno che nel 1991 aveva ottenuto l’autonomia da Baghdad, grazie alla guerra del Golfo e agli americani, controllato a nord dalle milizie del Pdk di Barzani, alleato con Stati Uniti e Inghilterra. Una catena di civili in marcia a piedi in fila uno dietro all’altro. All’inizio erano in pochi, ma poi, di villaggio in villaggio, la catena si trasformò in una colonna di 15.000 persone. Quello che faceva paura ai turchi era la loro unità, la loro decisione di stare tutti insieme. Passarono il confine ed arrivarono ai piedi del monte Hantur, a Behere. Iniziarono i bombardamenti su quella specie di campo. Dopo tre mesi arrivò l’UNHCR, nonostante la posizione negativa del governo turco. Ma nemmeno il governo del Kurdistan di Barzani li voleva. L’arrivo delle Nazioni Unite migliorò solo di poco la loro condizione. Una notte di novembre, senza dir nulla ai peshmerga di Barzani, decisero di andarsene.

Non potevano più continuare a stare sotto le bombe.

Attraverso vari sentieri, arrivarono sotto le montagne di Zakho, a Bersire. Ma anche qui non trovarono pace. L’esercito turco attraversò il confine ed attaccò i profughi a Zakho. Il governo regionale, con la scusa di non aver chiesto il permesso di spostarsi, mise in atto un embargo contro di loro. Non potevano uscire dal campo per qualsiasi motivo. Il tempo passava inesorabile. All’inizio del 1995, arrivarono alcune ONG e spostarono tutta quella popolazione a Etrus in due campi distanti un paio di chilometri l’uno dall’altro. Da quel momento, le 15.000 persone furono riconosciute ufficialmente come “profughi” dall’Unhcr, ma dovevano ubbidire ai loro ordini. Non gli era concesso di autogovernarsi. I profughi non accettarono questa imposizione. Volevano dividere gli aiuti che ricevevano secondo le loro esigenze e abitudini, ed iniziarono anche a creare comitati per gestire i problemi quotidiani ed il rapporto con le Ong. Iniziò così “l’Operazione Acciaio”. I peshmerga circondarono il campo con dei presidi militari e non facevano più uscire o entrare nessuno, in caso contrario, sparavano. Alla fine le tombe sono state 100, una trentina uccisi dai peshmerga, altri morti per malattia. Non c’era cibo, non c’era acqua. Dopo un anno, a metà del 1996 furono spostati in un altro campo, a Ninive. Unico modo per far finire l’embargo.

Il Pdk e la Turchia convinsero l’Onu a sgombrare il campo e a disperdere tutti i suoi abitanti in zone lontane e distanti tra di loro. Cinquemila persone accettarono l’offerta e vennero trasferite in diversi villaggi e città del Kurdistan iracheno. In 10.000 invece rifiutarono il piano e restarono insieme. Si rifugiarono senza nessuna copertura e in maniera illegale, vicino a Mosul, nella piana di Niniveh, zona cuscinetto tra la regione di Barzani e quella controllata da Saddam Houssein. Ma il governo regionale non li voleva. Neppure lì si poteva stare. Si spinsero allora, in una notte di gennaio, abbandonando tutto, ancora più avanti, nella zona di Saddam. Restarono cinque mesi accampati davanti al checkpoint in una zona militarizzata. La zona purtroppo era minata e molti rimasero uccisi. A maggio 1997, il comitato delle 10.000 persone trovò un accordo con la prefettura irachena ed entrarono nella terra di Saddam, anche se con paura.

L’Onu finalmente riuscì nel 1998 a convincere il governo a concedere ai profughi un insediamento.

Saddam aveva accettato di accogliere questi profughi perché sapeva che i i curdi di Barzani, con i quali era in conflitto, erano loro nemici. La scelta cadde sulla zona inospitale desertica di Makhmur a sud di Mosul. Ultimo viaggio. Il più terribile. Arrivarono nel deserto. Non c’era erba, acqua, nessuna struttura, solo un vento di sabbia.

Fu così che il campo di Makhmour, dal 1998, passò sotto il controllo dell’ONU. I suoi abitanti provengono dal Kurdistan del nord, da Hakkari, Sirnak e Van. Tutti si sono rifiutati di lavorare per lo Stato turco come guardiani di villaggio, anche perché in ogni famiglia c’è almeno un morto ammazzato per mano turca.

Qui il clima è freddo d’inverno e caldissimo in estate. La forte presenza di insetti velenosi e scorpioni hanno provocato molte malattie e decessi tra la popolazione. E’ un campo in rivolta contro tutto e tutti. In questi vent’anni, la sua popolazione è sopravvissuta a tante persecuzioni e, nonostante non siano stati aiutati da nessuno, da soli, hanno costruito questa città con case, scuole, centri di comitati ed un’amministrazione municipale. Un “sistema società” organizzato grazie alla messa in pratica del Confederalismo Democratico.

Il loro obiettivo è quello di superare il capitalismo e fondare un socialismo democratico che abbia al suo centro, oltre all’equa distribuzione delle risorse, la tutela dell’ambiente e l’emancipazione della donna.

Makhmour è stato anche protagonista tra il 6 e l’8 agosto del 2014 di una battaglia contro l’ISIS. I peshmerga che controllavano la zona tra Mosul, Makhmur e Kirkuk si dispersero subito difronte alla violenza di Isis. Un responsabile non militare del PKK ricevette la richiesta di sgombro immediato di tutta la popolazione del campo. Ci fu una corsa contro il tempo, ma riuscirono a requisire un numero sufficiente di autobus e camion, vincendo la resistenza del KRG (Governo autonomo del Kurdistan) per l’evacuazione, mentre in città si diffondeva il panico. Arrivato il buio, gli adulti, raccolti velocemente i loro principali averi, insieme ai bambini assonnati e inconsapevoli di quel trambusto e agli anziani, che ancora una volta erano pronti per una nuova fuga, prese avvio la lunga marcia verso la salvezza. Mentre la colonna di automezzi civili si avviava verso Erbil, in senso contrario stavano arrivando i pick-up dei combattenti dell’HPG (forza di difesa del popolo) per difendere Makhmour. Le linee di difesa lasciarono entrare nel campo i miliziani dell’Isis, poi iniziarono a bersagliarli dalle alture e contemporaneamente contrattaccarli infiltrandosi, guidati da alcuni abitanti che conoscevano bene il campo, tra vie delle abitazioni. Gli uomini dell’Isis, dopo la fuga dei peshmerga, non pensavano di certo dover affrontare una tale resistenza organizzata e aggressiva. Tutta la gloria va a questi guerriglieri: due giorni e due notti di scontri feroci tra le case della loro gente.

Makhmour rappresenta un simbolo di resistenza per tutto quello che un popolo in fuga è riuscito a costruire in quel luogo, ai piedi di colline di pietra, in uno spazio di terra senza acqua, dove il governo del Kurdistan iracheno li aveva mandati a morire.

“Makhmour è il cuore dell’esilio del popolo curdo, è il popolo in cammino verso la sua liberazione, è l’esodo in un deserto da dove, prima o poi, si giungerà alla terra non promessa, ma voluta e conquistata, ed infine, è la testimonianza suprema della volontà di vita degli uomini.”

Lungo la strada per arrivare al campo incontriamo alcuni posti di blocco controllati, dopo il referendum del luglio 2017 per l’indipendenza dell’Iraq, dai soldati dell’esercito di Baghdad (prima erano controllati dai Peshmerga curdi iracheni). In uno di questi chek-point ci ritirano i passaporti che ci saranno poi restituiti solo alla nostra uscita dal campo. E’ una prassi abituale, ma ci lascia ugualmente un po’ perplessi e preoccupati. L’ultimo è presieduto dai compagni curdi. In tutta la zona vige un coprifuoco che limita l’ingresso al campo dalla mezzanotte alle sei di mattina.

Siamo rimasti per i primi cinque giorni del nostro viaggio nel campo di Makhmour ospiti di famiglie. E’ inutile descrivere l’ospitalità che abbiamo ricevuto! Non eravamo ospiti ma componenti della loro stessa famiglia. Yuksek Kara, il nostro padrone di casa nonché Responsabile delle Relazioni esterne del campo ci ha sempre accompagnato in tutti gli incontri.

L’organizzazione sociale del Campo

Il campo è diviso in 5 zone e ogni zona in 4 quartieri. E’ gestito da due Assemblee istituzionali, una Popolare e una delle Donne.

Ogni comitato del campo (istruzione, sanità, ecologia, economia, giovani, gineologia ecc, ) ha un suo rappresentante in queste assemblee. Ogni quartiere ha una sua assemblea con l’obbligo di riportare a quella Popolare ciò che è stato discusso e deciso. L’assemblea Popolare è convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere una volta alla settimana. I problemi sono risolti normalmente nelle assemblee di quartiere, ma se si presentano complicazioni e non sono risolvibili, si passa all’Assemblea Popolare. Ogni due anni c’è il Congresso del campo per eleggere i nuovi rappresentanti delle due assemblee istituzionali.

Nella Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti, un uomo e una donna, mentre in quella delle Donne il Presidente è uno solo.

L’assemblea Popolare è composta da 131 membri e 31 di questi formano il comitato di controllo.

L’assemblea delle donne, nata nel 2013 è composta da 81 donne elette solo dalle donne, di cui 33 fanno parte anche di un Comitato ristretto e di queste, 9 sono co-presidenti nelle varie istituzioni, come per esempio sindaco e assemblea popolare. Ogni istituzione (scuola, sanità, economia, cultura, donne, orfani, lavoro, ecologia, gineologia) vede sempre la presenza di un uomo e di una donna e queste nove donne le rappresentano tutte. Le 33 donne del Comitato ristretto si occupano solo dell’Accademia delle donne.

In questi due ultimi anni abbiamo trovato il campo migliorato: sono state pavimentate alcune strade; è stato costruito un piccolo presidio sanitario in funzione da soli tre mesi; si applica la raccolta differenziata per la plastica e cartone; da due mesi è operativo un Centro per bambini down; è stato realizzato un anfiteatro per spettacoli culturali ed si è anche provveduto ad installare un sistema di illuminazione nel campo per migliorare la sicurezza dal momento che l’ISIS è ancora presente in queste zone.

Nell’ambito medico esiste anche un’Assemblea della Sanità costituita nel 2013 e composta da 50 persone tra medici di diversa specializzazione ed infermieri, il cui Co-presidente è il Dottor Mahmet che incontriamo durante la visita al piccolo ospedale.

Nel campo di Makhmour esiste anche una vecchia struttura sotto il controllo dell’UNCHR, ma che funziona solo dalle otto alle tredici. Vista l’importanza di offrire una risposta adeguata ai problemi sanitari del campo, è sorta la necessità di avere un servizio aperto 24 ore. Così è nato questo piccolo ospedale che funziona dalle tredici alle ore otto del mattino seguente. L’ospedale è stato costruito solo con le offerte della popolazione stessa lavorando gratis e degli amici esterni. In tre mesi di attività sono stati visitati e curati 3.700 persone tra i residenti del campo e da altre città. Il motivo principale della scelta di questo ospedale, dal punto di vista dei pazienti, è quello del diverso tipo di approccio medico. Qui trovano un rapporto umano, una fiducia che manca invece in altre strutture. Il problema principale dell’ospedale per il suo funzionamento è la mancanza di energia elettrica, disponibile solo per 12 ore al giorno. Per questo avrebbero la necessità di avere un altro generatore di corrente.

Un altro problema è la mancanza di ambulanze per il trasporto di persone in pericolo di vita che necessitano di attrezzature più sofisticate rispetto a quelle esistenti. Per non parlare poi dei medici di questo ospedale che solo per il fatto di essere profughi non possono continuare gli studi di specializzazione, costringendoli così, per alcuni casi più complicati, a dover chiedere l’intervento di medici esterni. Le malattie più comuni sono legate all’uso dell’acqua inquinata proveniente da quattro pozzi o dall’esterno tramite l’uso di autobotti oppure, per problemi dovuti a diabete, pressione arteriosa, cuore e anemia. L’assemblea sanitaria ha avviato, dal momento che le persone con malattie croniche sono ben 686, un progetto finalizzato all’apertura di un’Accademia sanitaria per coinvolgere i giovani allo studio della medicina, dell’infermieristica e per avviare un percorso di prevenzione per questo tipo di malattie.

Alla sede della municipalità del campo incontriamo i due co-sindaci, una donna ed un uomo. Le prime parole della donna sono indirizzate ad una speranza di democrazia. Il fascismo si combatte con la democrazia. Tutti loro si trovano profughi in questo campo a causa del fascismo turco. Occorre quindi unire tutte le varie forze democratiche per combattere, resistere insieme, contro l’oppressione fascista. L’obiettivo del Confederalismo Democratico è appunto quello di unire, di mettersi insieme per opporsi ad un unico nemico.

La co-sindaca, ci fa presente, che la municipalità di Makhmour ha vari progetti da mettere in cantiere. Ad esempio: una casa di ritrovo per gli anziani, due nuove scuole e la creazione di fognature. Sono riusciti a mettere in atto un riciclo di rifiuti, plastica e cartone, per poterli rivendere. Viene ribadito che il campo soffre di un grande problema legato all’acqua. Ci sono sei pozzi, quattro utilizzati per bere e due per i lavori. Ogni casa ha quindi due tipi diversi di acqua. L’acqua era pulita, prima della guerra contro l’Isis, arrivava dal fiume Tigri, ma poi Isis a Mosul ha rotto la condotta e l’acqua è stata inquinata. L’acqua comunque del campo contiene molto calcaree e zolfo.

A questo punto la nostra delegazione propone un progetto per depurare l’acqua. l campo si trova in una zona desertica e l’acqua disponibile non è sufficiente per tutto e tutti. La popolazione avrebbe bisogno di avere, per entrambi gli usi, almeno 12 metri cubi d’acqua, mentre ne hanno a disposizione solo 8. I curdi sono una popolazione di contadini e di pastori, ma qui essendo la situazione geografica non favorevole riescono ad avere un orto o qualche pianta solo a livello personale. Difficoltà quindi anche far crescere un semplice pomodoro perché brucia prima di essere completamente maturo. Ci vorrebbero delle serre, ma non vogliono far crescere frutta e verdura sotto la plastica.

Anni fa i giovani andavano ad Erbil a lavorare, ora, data la difficoltà di uscire dal campo per la mancanza di permessi, il numero è molto diminuito. Quasi tutti sono occupati nell’edilizia.

Nella municipalità sono impegnate 32 persone, 9 di queste sono assessori con ruoli specifici. In verità è evidente che ormai questa popolazione sta cercando piano piano di creare una vera città. Non pensavano certo di dover rimanere qui oltre 20 anni!

Il motivo principale del nostro incontro con la municipalità è legato anche al nostro progetto per la costruzione del nuovo ospedale, fermo al 2016, causa della guerra contro l’Isis. La co-sindaca assicura però che il progetto sarà portato a termine quando avranno la disponibilità economica. Nell’ultimo periodo hanno dovuto optare, nel utilizzo delle risorse ricevute, causa l’emergenza della guerra in atto, per l’acquisto di kit sanitari e la necessità di rendere agibile subito il piccolo ospedale, visitato il giorno precedente.

Prima comunque di lasciare il campo facciamo un sopralluogo all’opera incompiuta per verificare lo stato dei lavori. Quello che vediamo non ci conforta! Solo pareti di mattoni grigi in mezzo ad una distesa di sabbia e sassi! Cerchiamo di capire la situazione. Ancora una volta la guerra detta legge. Le emergenze, dovute ancora alla presenza delle milizie dell’Isis, hanno costretto la municipalità del campo a dover optare per la costruzione di un piccolo ospedale come presidio di pronto soccorso, non potendo affrontare le opere necessarie per portare a termine il nostro progetto. La Municipalità di Makhmour ha promesso che, per tutelare quanto è stato fatto finora per la costruzione dell’ospedale, verrà recintato e sorvegliato.

Nel campo c’è anche un Centro giovani formato da ragazzi e ragazze, organizzato da un’assemblea generale di 70 persone, 25 di questi hanno la responsabilità in altrettanti comitati, come cultura, sport, difesa del campo, studenti e diffusione del Confederalismo Democratico per una vita migliore. Non hanno un limite d’età per far parte di un comitato, tutti possono intervenire.

Erbil è considerata la città del capitalismo, non accettano la vita che si svolge nel capoluogo del Kurdistan iracheno. Non c’è differenza di ruoli tra maschi e femmine, tra di loro il confronto d’idee è praticamente giornaliero. Il loro obiettivo è quello di parlare con tutti i componenti del campo specialmente con gli anziani e le donne per far cadere gli ultimi residui di convinzione appartenenti ad una vecchia cultura patriarcale. Il loro motto è: credere e creare.

Il nostro soggiorno nel campo di Makhmour ci ha dato l’opportunità di conoscere persone, famiglie, di sentire i loro racconti, di percepire la loro sofferenza e la speranza per un futuro migliore. Sofferenza legata alla loro fuga dalle case, dai villaggi in Turchia dove prima vivevano. Case distrutte, villaggi dati alle fiamme. Le scelte erano: restare, diventare spie, morire oppure scappare con la speranza di poter ritornare un giorno, non troppo lontano.

Dopo un lungo pellegrinaggio sono arrivati qui al campo chiamato “della morte” ma che insieme sono riusciti a farlo diventare quello “della vita e della speranza.” Questo campo ha sempre avuto dei nemici, non solo Daesh ma anche lo stesso governo iracheno, in quanto questa formula di organizzazione, fa paura. Qui si è deciso per un auto-gestione, per il Confederalismo Democratico, quasi tutti hanno studiato, sono preparati e sono diventati quindi un esempio per molti e questo fa paura ai governanti e al potere.

Il sistema educativo scolastico del campo prevede scuole che vanno dall’asilo alle classi superiori. La scuola superiore, frequentata dai 13 anni ai 20, è una sola, non c’è una scelta di indirizzo, non esistono licei o scuole tecniche. L’obbligatorietà cessa con le scuole medie. I ragazzi però sono spronati a continuare gli studi, perché l’istruzione è ritenuta la base di un possibile cambiamento culturale che può portare poi ad una vera modifica della società attuale. Si studiano comunque tutte le materie, dalla geografia alla biologia, matematica, sociologia, gineologia, inglese, chimica, informatica e naturalmente la storia. Viene specificato che per capire la realtà in cui si vive, prima è necessario approfondire la storia mondiale e poi quella particolare del loro stato. Nel loro sistema non sono previsti voti, ma punti. Alla fine di ogni anno scolastico per passare a quello successivo si deve totalizzare 40 punti. Nel caso in cui non si raggiunga il massimo dei punti, si ripete l’anno di studio. Se poi questo si ripete un’altra volta, l’assemblea della scuola chiama i genitori per poter capire quali sono i problemi che impediscono al ragazzo di ottenere tale punteggio. In caso di rifiuto di continuare gli studi, l’insegnante va direttamente a casa del ragazzo per seguirlo e, insieme ai genitori, cercherà poi di riportarlo a scuola. L’abbandono scolastico è comunque molto limitato, solo 3 casi all’anno.

Tutti gli insegnanti sono volontari. Dal 2005 al 2015 non hanno mai percepito nessuna forma di stipendio, solo dal 2016 ricevono un piccolo contributo. Le divise scolastiche ed i libri sono a carico delle famiglie, ma nel caso in cui questo non è possibile, sono donate dalla comunità. I problemi sono legati al numero insufficiente d’insegnanti e allo stato fisico delle strutture scolastiche. Le aule sono piccole e con problemi di sicurezza. Mancano i laboratori di ogni tipo, come per esempio di chimica, di lingue, d’informatica, ecc. Si studia quindi solo la teoria non riuscendo a mettere in pratica niente di quanto appreso. L’incursione di Isis all’interno del campo nel 2014 ha poi distrutto quello che c’era e non è mai più stato rimesso in piedi!

Le scuole superiori, come quelle medie, sono frequentate da circa 700 ragazzi ognuna, divisi in 23/24 classi con 33/35 insegnati. Ogni classe conta circa 30/36 alunni con doppi turni. Tutti gli studenti iracheni e curdi devono sostenere un esame d’ammissione per accedere agli studi universitari. Quelli curdi però non possono andare a studiare all’estero perché sprovvisti di documenti, anzi non potrebbero nemmeno uscire dal campo! Possono accedere all’università di Erbil, ma poi, per disposizione legislativa, non gli è permesso accedere alle specializzazioni e di lavorare nel settore pubblico. Tutto dipende dalla politica.

Fare studiare i figli diventa anche un investimento per arricchire il campo e, per questo motivo, non sono spinti ad andare fuori all’estero, perché se vanno via, anche il campo stesso perde. La loro scommessa è quella di farli studiare e farli rimanere. Scappare non è una soluzione perché si rischia di perdere la propria identità. Quando qualcuno riesce a raggiungere altri paesi, poi non torna più e se anche manda aiuti a chi è rimasto, è considerato un traditore, perché ha lasciato ad esempio i genitori da soli dando l’onere di sostenerli ad altre persone.

Nel campo di Makhmour da due mesi è in funzione anche un centro per bambini con la sindrome di down.

E’ stata una decisione voluta per cercare di migliorare la loro vita, per non farli sentire troppo diversi da tutti gli altri e per non lasciarli isolati, nascosti agli occhi del mondo. Fino a questo momento, infatti, sono sempre restati a casa senza frequentare nessuna scuola perché non c’erano insegnanti adatti. I bambini sono 21 con 8 insegnanti. Questa struttura è provvisoria in quanto servirebbe un centro più grande e adatto a questo tipo d’insegnamento. Gli insegnanti volontari hanno fatto un corso di specializzazione mirato proprio verso questo tipo di disabilità.

Dal momento che le aule e gli insegnanti sono pochi e che i bambini necessitano di una presenza costante di un insegnante, sono costretti a farli arrivare a rotazione per poter dare un servizio migliore. Durante la giornata c’è dunque un momento dedicato all’insegnamento con il solo bambino, poi c’è un momento di gioco dove si trovano tutti insieme. Quello che stanno cercando di fare per questi bambini è ammirevole, sono solo agli inizi, necessitano ancora di tante cose, di altri insegnanti, di medici, di materiale didattico e sanitario, ma importante è iniziare. Con l’apertura di questo centro, proprio per limitare questo handicap, hanno iniziato anche a sottoporre le donne in gravidanza ad uno screening con amniocentesi. E’ possibile anche effettuare, in caso di anomalie accertate, aborti terapeutici presso l’ospedale di Erbil.

Lasciamo fisicamente il campo di Makhmour ma il nostro cuore è ancora lì con la sua popolazione che è riuscita ad avere una vita dignitosa contro ogni altra prospettiva negativa. Il mio ricordo, il mio pensiero va alle guerrigliere e guerriglieri che hanno scelto la montagna per difendere il loro popolo sia dagli attacchi dell’Isis, non ancora sconfitto definitivamente, e sia da quelli dell’esercito turco…

LE DONNE DEL KURDISTAN

Storicamente la donna, in tutto il mondo, ha sempre dovuto subire differenze sostanziali nei rapporti sociali. Una discriminazione senza confini.

A parte alcuni esempi di società matriarcali, molto lontane nel tempo, il mondo si è sempre retto sul patriarcato. La forma di violenza più usata era quella del “delitto d’onore”. Un tipo di reato caratterizzato dalla motivazione soggettiva di chi lo commette per salvaguardare una forma di onore o reputazione verso alcuni ambiti relazionali come per esempio il matrimonio, i rapporti sessuali e la famiglia. Ancora oggi, in alcune legislazioni, l’onore è inteso come un valore socialmente rilevante di cui bisogna tenerne conto sia ai fini giuridici che in ambito penale.

I modi utilizzati per difendere l’onore spaziano da una violenza fisica, psicologica (privazione della libertà, istruzione, cibo e induzione al suicidio) fino ad arrivare all’omicidio. In ogni circostanza, il modello di violenza maschile resta dominante. Le guerre in genere e i genocidi contribuiscono poi ad aumentare le violenze di genere e l’uso del codice d’onore.

L’emancipazione femminile nel mondo si è sviluppata in tempi e modi diversi.

La donna curda ha iniziato un suo percorso negli anni ‘80 e ‘90 nel momento in cui le donne sono state elette in parlamento, hanno iniziato a prendere decisioni ed a organizzarsi in piccole cooperative per aiutare la famiglia, sono diventate giornaliste, scrittrici, avvocate. Tutto questo anche perché si sono sostituite ai loro compagni, mariti, fratelli, padri, messi in carcere.

Il movimento del PKK ha riconosciuto alla donna curda una doppia oppressione: prima dal colonialismo e poi di genere. Per questo Ocalan ha sempre parlato della necessità di mettere in atto una doppia liberazione della donna. La scelta quindi di seguire il movimento diventava e diventa ancor oggi, un modo per liberarsi dall’oppressione della famiglia, della società e, allo stesso tempo, avere la possibilità di accedere ad una formazione culturale. Non necessariamente questa scelta obbliga la donna a scegliere di andare in montagna a combattere, ma ci sono altri modi per aiutare il proprio popolo, come ad esempio, organizzare seminari, raccolta fondi, insegnare ad altre donne ed attività relative alla comunicazione.

Il movimento femminile curdo è riuscito anche a sviluppare strutture autonome in diversi settori e proprio per questo le donne del Kurdistan oggi sono in grado di poterci insegnare tantissime cose. Grazie alla loro determinatezza e sicurezza, sono in grado di affrontare la dura realtà di una lotta in cui possono trovare la morte. La loro lotta è la lotta di tutte noi. Obiettivo, riuscire ad ottenere una vera parità di genere e non essere più solo madri e mogli.

CAMPO PROFUGHI MAKHMOUR- KURDISTAN BASHUR

Conoscere queste donne, parlare con loro, osservare i loro visi, i loro sorrisi, sentire la loro forza, mi ha riempito il cuore. Sono rimasta, insieme alle altre donne del nostro gruppo, ospite di una famiglia del campo. Ospite può essere una parola fredda, noi in realtà ci siamo sentite subito integrate all’interno di questo nucleo familiare. Vivere per cinque giorni all’interno di questo campo ci ha permesso, attraverso gli incontri con diversi comitati, di capire meglio il sistema del Confederalismo Democratico con il quale s’intende cambiare il tipo di società in cui noi tutti ci troviamo.

Il campo è gestito da due Assemblee istituzionali, una Popolare e una delle Donne.

Nella Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti, un uomo e una donna, mentre in quella delle Donne il Presidente è uno solo.

L’assemblea delle donne, nata nel 2013 è composta da 81 donne elette solo dalle donne, di cui 33 fanno parte anche di un Comitato ristretto e di queste, 9 sono co-presidenti nelle varie istituzioni, come per esempio sindaco e assemblea popolare. Le 33 donne del Comitato ristretto si occupano solo dell’Accademia delle donne. Il loro lavoro è quello di ascoltare, aiutare le donne del campo nei loro rapporti con il mondo maschile, marito, padre, fratelli ma anche con se stesse fornendo informazioni sulla salute femminile, controllo delle nascite, istruzione, educazione dei figli. Da quando è in funzione questa Accademia, si è constatato, infatti, che le donne hanno acquisito maggiore consapevolezza di se stesse proprio grazie alla possibilità di parlare con altre persone disponibili ad ascoltarle ed a cercare di risolvere i loro problemi, paure ed insicurezze.

Non sono più sole.

Si sta cercando di uscire da una mentalità di società patriarcale anche se, la maggioranza della società, appartenente ad una fascia di età medio-alta, pensa ancora che la donna sia incapace, non sappia decidere, difendersi, lavorare fuori dalle mura domestiche e che abbia bisogno di un uomo per sopravvivere.

Nel campo non esiste un sistema carcerario. In caso di violenza domestica per prima cosa il Comitato a cui la donna si rivolge cercherà di capire la situazione e successivamente viene convocata un’assemblea popolare pubblica per mettere l’uomo di fronte alle sue responsabilità. L’obiettivo è quello di educare i colpevoli e per fare questo è stato istituito un Comitato degli intellettuali, degli anziani, chiamato “Barba bianca”, ossia dei saggi.

La nuova società all’interno del campo di Makhmour accetta la diversità di genere, il divorzio (in 24 anni solo 10/11 casi) e rifiuta invece il matrimonio con più mogli o con mogli adolescenti. Si sta studiando come affrontare il problema delle ragazze-madri per proteggerle dalle leggi in vigore, anche se per il momento non si è presentato nessun caso. L’Accademia serve anche per imparare a comportarsi nella società tenendo in considerazione il rispetto delle donne.

Nel campo si cerca di mettere in pratica i paradigmi di Ocalan. Ocalan è sempre stato molto sensibile riguardo alla questione della donna e dei bambini e sostiene che, per cambiare una società, la prima rivoluzione passa attraverso la cultura. Per questo, anche in montagna, tutte e tutti gli attivisti curdi trascorrono gran parte del loro tempo a leggere e studiare per approfondire e migliorare la propria cultura, per capire meglio il mondo passato e futuro. I libri in montagna sono nascosti e protetti sottoterra. In montagna la donna è libera ed impara a conoscere la propria importanza.

Nel Centro Giovani, formato da ragazzi e ragazze e organizzato da una Assemblea generale di 70 membri, le ragazze hanno un ruolo attivo, non c’è nessuna differenza tra uomo e donna, tutti possono fare tutto. Parlano, discutono praticamente tutti i giorni, con le persone che vivono dentro il campo per diffondere il concetto del Confederalismo. La rivoluzione culturale è un percorso lungo.

In questo incontro le ragazze ci chiedono cosa facciamo per il popolo curdo.

Sono curiose di sapere le nostre esperienze. La loro aspettativa è crescere i figli secondo i principi rivoluzionari.

A Makhmour c’è anche una Cooperativa di donne con 50 socie che si occupano di varie commissioni: scuola, lavoro, cultura, artigianato ecc. Le donne del campo possono far parte sia della Cooperativa ed anche dell’Accademia. Incontriamo cinque insegnanti che fanno parte della commissione scuola che coordinano cinque asili con 250 bambini iscritti. Nel settore dell’artigianato, c’è un laboratorio di sartoria con 10 donne che confezionano abiti, divise, tappeti e kefie.

Dal 2004 è aperto un laboratorio artistico dove si insegna pittura e dove sono esposte varie opere. E’ un centro aperto con cinque insegnanti che si alternano per far apprendere, sia ai ragazzi che agli adulti, l’arte di raffigurare il mondo esterno ma anche di riuscire ad esprimere i propri sentimenti, la propria anima attraverso disegni e colori.

L’occasione di un pranzo offerto da una famiglia del campo ci offre la possibilità di raccogliere una breve testimonianza della mamma della padrona di casa. Ci parla di un intenso dolore che parte da lontano ma che non ha mai fine. Hikmet, il nostro interprete, è costretto a fermarsi. Non ha più la forza di sentire quelle parole che lo portano a dover ricordare un proprio triste e doloroso passato sempre presente, impossibile da dimenticare. Entrambi nel ripercorrere a ritroso il loro vissuto si bloccano, le lacrime scendono dagli occhi stanchi. Hanno visto troppa sofferenza e dolore.

La nonna inizia subito con una domanda: “Tutto il mondo ha un proprio stato, perché noi no? “ Poi continua: “Perchè siamo terroristi. Noi veniamo ammazzati. Ammazzano donne, donne incinte, bambini, ragazzi, vecchi, ma noi restiamo i terroristi. Sono 40 anni che soffriamo. 20 anni sotto tendoni di plastica e altri 20 in Turchia. Sempre in fuga da un posto all’altro per scappare da case, villaggi distrutti, bombardamenti, carcere e torture. Noi vogliamo il nostro Presidente libero, non più in prigione, non ha fatto niente. Ha solo difeso il suo popolo. La mia famiglia è stata divisa. Io sono scappata dalla Turchia nel 1992. La mia casa era stata bombardata da armi pesanti”.

Si arresta. Qui si interrompe il suo racconto. Non ci resta altro che guardarla negli occhi tristi e carezzarle il viso mentre la rabbia mi assale all’improvviso. Sto pensando alla campagna razzista nei confronti degli immigrati nel mio paese e nel mondo. Chi mai si è fermato anche solo un attimo per capire a fondo il problema? Nessuno mai cerca di comprendere veramente cosa c’è dietro ad una fuga in mare o via terra?

Nessuno conosce le storie personali di queste persone. Nessuno le vuole conoscere. Non sapere è meglio, è più semplice, non fa male e non ti obbliga a prendere una posizione.

Vicino all’anfiteatro si trova la sede del Centro Culturale gestito da un Comitato dell’assemblea culturale. L’attività principale è il canto tradizionale. La storia curda è sempre stata raccontata attraverso il canto. Ogni avvenimento, anche il più cruento, veniva raccontato attraverso le canzoni. L’attività culturale è sempre stata portata avanti anche quando questo centro non c’era, non è mai stata abbandonata, perché avrebbe significato perdere la propria identità. Anche qui chi ci spiega come funziona il centro è una donna. Una donna che canta e che ci sottolinea con piacere che al Centro ci si chiama “Compagna o Compagno”, nel senso di compagno di idee, anche tra familiari.

Le origini delle canzoni provengono dal Bohtan, una regione montana turca a sud-est dell’Anatolia, dove il capitalismo non ha trovato terreno fertile, mantenendo così una tradizione della cultura curda viva e non contaminata. Oltre al canto ci sono anche altre attività come il teatro, la danza, il cinema. Il centro non ha mai utilizzato insegnanti esterni, ma sono loro stessi che insegnano.

Tutte le arti sono tramandate dalle vecchie generazioni ai giovani. La forza di questo centro sono proprio i giovani con la loro “Assemblea dei bambini” dagli 8 ai 18 anni, di cui il Comitato è solo portavoce, mentre invece sono proprio i giovani che si riuniscono e decidono cosa vogliono fare. Molti bambini di questo campo sono orfani o hanno subito traumi di guerra, per questo nei loro confronti si è sviluppata una forte attenzione. Si cerca così in qualche modo di offrire un mondo diverso, ma soprattutto un mondo scelto da loro. E’ un modello unico nel suo genere in un campo profughi curdo. Un modello importante per tutto il mondo.

 

 

IL RICORDO DI DENIZ FIRAT E AVESTA HARUN

Un pomeriggio verso il tramonto andiamo sulla montagna rocciosa sopra il campo. Durante il tragitto, comincio a ricordare il racconto del libro di Marco Rovelli “La guerriera dagli occhi verdi”. Mi prende l’ansia.

Tra poco sarò negli stessi luoghi dove nel 2014 si svolse la resistenza curda contro l’Isis e dove morì la giornalista Deniz Firat. Il libro, attraverso la narrazione della vita della comandante Avesta Harun, riesce a descrivere in un modo semplice e chiaro la resistenza del popolo curdo, sottolineando i valori e l’importanza di questa lotta. Lotta che dovrebbe essere di tutti e non solo di questo popolo. Avesta, ovvero Filiz nella vita, quando sceglie la montagna, ha solo 22anni, prendendo il posto del fratello Tekin, dal nome di battaglia di Harun Van, ucciso in montagna. Avesta è il nome dei testi sacri zoroastriani, significa “lode” e Filiz ha deciso così, adottando questo nome, di radicarsi in quelle terre di montagne e di affondare le sue radici indietro di millenni. Devo ammettere che il libro mi ha molto coinvolto sia per il suo dettagliato racconto e sia perché avendo conosciuto tutti i luoghi descritti, mi sentivo totalmente partecipe degli avvenimenti descritti. Le montagne di Van, i suoi villaggi, Qandil, il campo di Makhmour e tutti i loro abitanti. Come si fa a rimanere indifferenti?

Deniz Firat non è stata una semplice giornalista, ma una partigiana curda che aveva scelto la strada della montagna quando aveva solo 12anni (1992). Era andata con il padre e la sorellina più piccola a trovare la sorella più grande che era sui monti da qualche anno. Ma, dopo pochi giorni, scoppiò la guerra con i peshmerga di Barzani che durò quasi tre mesi. Nei successivi sette anni, Deniz perse un fratello e le due sorelle. Il resto della sua famiglia, compreso il padre, arrivò a Makhmour e lì sono rimasti. Così quando nell’agosto 2014 il campo fu attaccato da Daesh, Deniz era comparsa in televisione per mostrare le immagini dell’attacco. L’arma con la quale Deniz combatteva era la sua telecamera. Raccontare, informare il mondo sulla situazione del suo popolo. Anche per Avesta, Makhmour rappresentava il cuore dell’esilio del popolo curdo.

Deniz si trova sulla collina sopra il campo, scava trincee insieme ad altri compagni, accumula pietre per formare un muro di difesa ai razzi del nemico. Guarda il campo deserto sotto di lei, inizia a riprendere per far conoscere al mondo la verità di quell’aggressione. Tre banditi di Daesh che si trovano lungo la mulattiera che passa tra le collinette del campo, iniziano a sparare. Deniz viene colpita al cuore da un pezzo di una bomba di mortaio. E’ ferita, i compagni la portano subito su un’auto verso l’ospedale di Erbil, ma Erbil è troppo lontana e Deniz muore.

Avesta guida l’attacco contro Daesh con l’immagine di Deniz nel cuore. Il campo di Makhmour è liberato, ma ci sono altri 5 piccoli villaggi della città da liberare. La liberazione programmata alla fine viene portata a termine. Avesta, mentre più tardi controlla con il binocolo lo spazio circostante alle postazioni di difesa, nota un piccolo villaggio occupato dai nemici che non era stato considerato. Raduna quindi una piccola squadra e parte all’attacco. Ma purtroppo all’ingresso del villaggio, la squadra viene investita dal fuoco nemico. Rispondono all’attacco ma Avesta viene ferita. Alla fine i banditi si ritirano e il villaggio è salvo. Avesta viene caricata su una macchina ma l’auto salta su una mina e lei viene sbalzata fuori. Arriva un’altra macchina, ma Avesta muore prima di arrivare al campo di Makhmour.

Il campo di Makhmour non ricorda solo Deniz e Avesta, ma anche un’altra splendida figura femminile: Sakine Cansiz.

Sakine tutte le volte che andava in Iraq si fermava sempre al campo. La prima volta si fermò per cinque mesi e tutti i giorni alle cinque del mattino faceva un’ora di corsa, poi la scuola e, al termine, altri esercizi di ginnastica. A quell’epoca c’erano i soldati di Saddam ma Sakine non aveva paura e camminava a testa alta. Parlava sempre con calma, ma con voce forte. A Makhmour, Sakine preparava i materiali per le classi, cuciva i vestiti per la scuola, insegnava a fare gli insegnati e faceva riunioni con gli abitanti del campo. Ha dato avvio ad un asilo nido e ad una scuola d’arte per le ragazze. Sakine diceva:”Perchè dobbiamo avere paura di un maschio? Siamo tutti esseri umani allo stesso modo.” Il senso della sua vita era educare la gente.

SULEYMANIYA

La nostra visita al campo di Malhmour è finita. Il viaggio continua verso Suleymaniya. Dopo aver visitato il Museo Carcere di Saddam Hussein e il coloratissimo mercato con i suoi venditori e le merci esposte nei negozi, sulle bancarelle, sui carretti o semplicemente a terra, proviamo ad entrare in alcuni campi profughi.

Non abbiamo un permesso, ma non ci perdiamo d’animo e ci dirigiamo subito al campo di Barika nella zona di Arbat, dove siamo già stati due anni fa. E’ un campo gestito da UNHCR con all’interno una struttura di Emergency con medici italiani. Purtroppo, senza permesso non ci fanno entrare!

Stesso risultato per il secondo campo. Proviamo con il terzo, il più piccolo. Il militare all’ingresso ci fa passare. Scendiamo velocemente dalle auto per addentrarci tra le strade del campo e cercare qualche responsabile per avere alcune informazioni.

Iniziamo a camminare nella strada principale del campo sotto un bel sole cocente e subito siamo accolti da donne, ragazze, bambini, anziani che ci circondano felici di vederci e di farsi fotografare. Sembra che, a parte i profughi, non ci sia nessun altro. Arriviamo in fondo alla strada e troviamo una costruzione che sembra essere una specie di pronto soccorso. Riusciamo a parlare per pochi minuti con un ragazzo che ci illustra un po’ la situazione del campo. Qui si trovano circa 2.500 persone, tutte irachene scappate dal governatorato di Salah al-Din causa l’invasione da parte dell’Isis. Dovrebbero essere sotto la tutela del governo iracheno ma nessuno si occupa di loro. Il direttore del campo si trova nel campo grande di Arbat.

Prima c’era anche un medico, per un’ora al giorno, ma ora, causa la mancata firma del nuovo contratto, non viene più. In caso di una grande emergenza sanitaria, è possibile portare il malato all’ospedale del campo grande, ma dietro un compenso economico. L’improvvisato portavoce del campo chiede a nome di tutti il nostro aiuto. Hanno bisogno di tutto, la situazione è pesante, sono isolati e sono sprovvisti di ogni cosa.

All’improvviso arriva la guardia che prima ci aveva fatto passare, intimandoci di lasciare subito il campo in quando sprovvisti di un permesso. Sembrava preoccupato e agitato. E così, anche se con molto dispiacere, abbiamo lasciato il campo e tutte quelle persone in attesa… di chissà quale aiuto!

LA VOCE DELLE DONNE “JIN TV”

La prima trasmissione di prova della nuova emittente televisiva “JIN TV” è iniziata nella Giornata internazionale della donna, l’8 marzo 2018. Ci troviamo nella loro sede a Suleymaniya e parliamo con Nurhak (in curdo significa “montagna”). Dopo le prove, le trasmissioni del nuovo canale sono iniziate il 30 giugno scorso. Una TV di donne, per le donne, con l’obiettivo di rendere visibile qualsiasi lavoro femminile, dalla casa, dai campi, uffici, strade, ovunque e di mettere in discussione il rapporto uomini e donne e tutta la società. La stampa si basa principalmente sul pensiero e sensibilità del maschio, nonostante la presenza di molte giornaliste donne, e per questo, questa rete vuole riunire tutte le donne, i problemi, le sfide, la speranza, la disperazione e il linguaggio. L’invito di Jin TV, durante il periodo di prova di trasmissione, lanciato alle donne è stato questo: “Realizza il tuo video a casa, sul posto di lavoro, per strada, ad una riunione, inviaci il video e partecipa a questo movimento televisivo, abbiamo bisogno di te. Discutiamo insieme. Facciamo programmi insieme. Avviciniamoci a quelli che sono lontani, mettiamoci insieme”.

Nurhak ci dice che è necessario iniziare dalla cultura. La Mesopotamia è stata la culla della civiltà, quindi, occorre ripartire da lì per recuperare il ruolo importante avuto dalla donna. Dalle idee sono passate ai fatti. Dopo aver verificato tutte le varie possibilità per arrivare ad un buono e sicuro funzionamento della TV, hanno deciso di creare la loro sede legale in Europa, in Olanda, e non in Medio Oriente per le difficili situazioni di sicurezza. Gli studi di registrazione si trovano comunque in molte diverse città, oltre qui a Suleymaniya, come per esempio nel Rojava, Istanbul, Diyarbakir dove vengono montate le registrazioni ed inviate poi in Olanda per la diffusione. La particolarità si trova in Rojava dove è possibile fare anche delle dirette TV. Nurhak, inoltre, ci fa presente che molte donne che oggi lavorano a Jin TV hanno un’esperienza maturata nello stesso ambiente televisivo fin dal 1995 e, grazie a questa professionalità, sono riuscite a portare a termine questo progetto. Ci mostra infine un esempio di un loro video che racconta la vita di una donna casalinga di un piccolo paese intenta a macinare. Una donna inconsapevole di tutto quello che la circonda! Per intervistare una donna occorre avere il consenso del marito. Per prima cosa, quindi bisogna educare l’uomo. Jin TV vuole mostrare la realtà delle donne e la loro reale lotta. Mostrare la donna indebolita con la possibilità di riacquistare forza e coraggio. Mostrare la donna che studia la storia invece che ascoltare la versione scritta dal potere. Lo staff della “Jin TV” è composto solo da donne, nessun uomo ne fa parte, con trasmissioni multiculturale, multidirezionale e multilingue (Sorani, kurmanci, Gorani, arabo, turco) . Contro i media internazionali che normalmente rifiutano le diversità, questa televisione è basata invece sulla pluralità. Grazie anche alla rivoluzione in Rojava, si è sviluppata una forte cultura delle donne. Loro sanno che niente succede per caso. I cambiamenti richiedono coscienza, conoscenza, decisione, volontà e pratica. La cosa più importante però è dare voce a questi movimenti, a queste lotte, per poter arrivare al popolo. La voce deve essere forte e chiara e rispettare la realtà per controbattere le falsità prodotte dal nemico che continua a dipingere le molte donne coraggiose del Kurdistan solo come terroriste. Il progetto Jin TV è stato fondato il 09/01/18, anniversario delle rivoluzionarie Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Saylemez, assassinate a Parigi dai servizi segreti turchi nel 2013.

Nurhak continua il suo racconto elencando i tre fondamentali principi a cui si attengono: ecologia – libertà per le donne – democrazia. Inoltre, precisa che, per il fatto che il loro lavoro è solo agli inizi, sono controllate a vista, e questo impedisce loro di poter raccontare tutto quello che vogliono, come per esempio, la vita delle donne in montagna o in carcere, ma sperano di poterlo fare al più presto. Quello che temono è infatti la possibilità di essere oscurate. Le loro trasmissioni si possono seguire sui canali Youtube.

Incontrare Nurhak e conoscere questa bellissima esperienza, mi ha molto stimolato. E’ un esempio di lavoro da dover copiare.

Situazione curda in Iran

Il Kurdistan non è, da sempre, uno Stato unico. Il popolo curdo, così ci racconta la storia, ha vissuto da sempre su una terra di confine tra l’Impero Romano e l’Impero Persiano. I curdi hanno per secoli governato ampie zone dall’Egitto all’Iran senza però essere autonomi e sovrani. Sono una popolazione molto numerosa con una forte identità e con il desiderio di una propria autonomia territoriale. La prima guerra mondiale portò alla rottura degli equilibri in Oriente. Il Trattato di Losanna del 1923 segna il tradimento delle potenze europee nei confronti degli impegni presi con le popolazioni curde e armene. Viene decisa la divisione del Kurdistan ottomano fra tre Stati (Turchia, Siria, Iraq) mentre il Kurdistan orientale era già incluso nei confini dell’Iran (Rojhilat). I curdi sono così privati, ancora una volta, della loro autonomia in nome di scelte politiche internazionali. I confini si disegnano così con una matita su una carta geografica senza il minimo interesse verso il popolo stesso.

Incontriamo due attiviste dell’Organizzazione Kejar (Unione delle donne libere del Rojhilat), Ciwana e Berivan. Due splendide compagne con le quali sono subito entrata in sintonia nonostante la difficoltà linguistica. Siamo riuscite a capirci e a creare una profonda atmosfera di amicizia. La loro attività si svolge sul confine iraniano.

I curdi sotto il dominio di Reza Kkan (1921) furono privati dei diritti nazionali e questo stato di repressione continuò fino alla seconda guerra mondiale quando l’Iran fu occupata dai britannici e dai sovietici. Tra i due occupanti, il Kurdistan era diventato una terra di nessuno e nel 1941, quando salì al trono il figlio dello Scià, Reza Pahlavj, fu proclamata la Repubblica di Mahabad, che durò solo un anno. A Mahabad fu coniata la parola “Peshmerga”, colui che è votato alla morte per la vita del Kurdistan. La repubblica di Mahabad ha un’importante valore storico, riconosciuto ancora oggi, in quanto i curdi sono riusciti a realizzare uno Stato di fatto indipendente. Sotto il potere di Reza Pahlavi il Kurdistan è militarizzato ed ogni movimento della popolazione è sotto controllo. La repressione anticurda non si manifesta solo con il carcere, campi di concentramento ma anche con un’oppressione economica e culturale. Nel 1978 inizia la rivoluzione islamica con grandi sollevazioni popolari guidate dal ayatollah Khomeyni. Il popolo curdo aveva sperato molto in questo cambiamento, sperava di vedere legittimato le sue aspirazioni d’autonomia. Purtroppo questo non è avvenuto. Khomeini, infatti, aveva promesso ai curdi, durante il suo esilio a Parigi, autonomia e diritto di vivere in pace e libertà, invece dopo poco tempo dal suo ritorno in patria, dichiarò guerra ai curdi affermando che “uccidere un Curdo non è peccaminoso, perché erano degli infedeli, in quanto tolleranti, e soprattutto non erano fanatici”. Anche durante la presidenza di Khatami i curdi avevano sperato in una soluzione pacifica al loro problema, ma sono sempre state promesse non mantenute.

In Iran, ci dice Ciwana, ci sono sempre stati molti partiti di sinistra sia sotto lo Scià che con Khomeyni, in opposizione al governo. La posizione più colpita è sempre stata quella dei curdi. Non è possibile stimare con precisione la composizione della popolazione curda per vari motivi dovuti all’incertezza dei dati censuari, alla mobilità della popolazione e alla sua distribuzione in parte a nordovest e in parte a nordest. Si calcola quindi che circa 4/5 milioni di curdi siano residenti nelle province occidentali, 2/3 milioni invece in quelle del Nordest ed 1 milione nella provincia di Teheran. Rappresentano il terzo gruppo etnico del paese dopo i persiani e gli azeri.

I due partiti d’opposizione sono il Partito Democratico del Kurdistan d’Iran (Pdki), fondato del 1945, il più longevo partito, oggi ancora attivo e l’Organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan (Komala) d’ispirazione maoista. Con la cattura di Ocalan nel 1999, è esploso poi il nazionalismo curdo, con una grandissima manifestazione a suo favore. Molti giovani sono entrati nella guerriglia e nel 2004 nasce una nuova formazione di stampo nazionalista denominata “Partito per una vita libera in Kurdistan” (Pjak), considerato un’organizzazione terroristica da Iran, Stati Uniti e Turchia. Il Pjak rappresenta quindi l’evoluzione dello scontro dei curdi impegnati nella lotta armata contro le autorità dello stato invocando l’indipendenza e l’autodeterminazione del Kurdistan iraniano. Con la nascita di questa organizzazione, i vecchi classici partiti perdono nel popolo potere e speranza. Il Pjak dopo essersi organizzato da solo e radicalizzato tra i civili, ha formato l’ala militare e politica. L’ala politica “Kodar” (il Congresso della Società Libera e Democratica del Kurdistan Orientale) ha sede in Europa e in Iraq ed opera in Iran in modo molto silenzioso. Alla fine del 2017 sono iniziate molte proteste da parte della popolazione in diverse città per ottenere libertà e diritti fondamentali.

L’Iran vuole diventare una forza unica in Medio Oriente e, per questo, il regime cerca di imporre alla società la propria mentalità. La popolazione si trova sotto totale controllo ed i partiti di sinistra, non potendo più lavorare all’interno del paese, sono costretti a fare opposizione dall’estero.

La politica iraniana si basa sulla repressione e sulla paura. Il lavoro dell’Organizzazione Kejar, continua Ciwana, è contro il sistema, con attività organizzate militari. Sono guerrieri e come tali operano in clandestinità ovunque c’è bisogno. L’Iran è il paese con il più alto numero di esecuzioni pro capite al mondo. Lo stato uccide per traffico di droga, omicidio, rapina, guerra a Dio, atei, stupro, adulterio e naturalmente per reati di natura politica e terrorismo. In realtà molte uccisioni per reati comuni nascondono omicidi di oppositori politici o appartenenti a minoranze etniche come curdi, azeri, baluci e ahwazi. Per queste persone i processi sono rapidi e severi e si risolvono con la pena di morte. L’impiccagione è il metodo più usato e si continua ad uccidere anche in pubblico.

In Kurdistan, causa la forte povertà, per sopravvivere usano il contrabbando, anche se questo porta l’uccisione di 2 o 3 persone quasi ogni giorno. La condizione della donna in questo contesto è facile da immaginare: non possono fare niente in piena autonomia, né tanto meno organizzarsi in politica e le pene, in caso di reati, sono molto più severe rispetto al maschio. Se una donna si rifiuta di sposare un uomo che invece ha deciso di volerla, l’uomo in questione può usare l’acido nei suoi confronti, per impedirle così di poter scegliere in altro modo. La situazione in Iran però è quasi al collasso, la popolazione è disperata, quindi potrebbe succedere di tutto. Il Kodar, Kejar e Pjak hanno presentato al governo iraniano progetti per cercare una soluzione democratica a tutti questi problemi, ma il governo non ha accettato e come risposta ha ucciso tre giovani combattenti che si trovavano in carcere.

Il partito Kamala invece ha una sua diversa strategia: aspetta un possibile intervento americano per poi accodarsi e combattere il regime. Il Pjak non è d’accordo con questa strategia, rifiuta di chiedere ad altri stati d’intervenire con le armi perché la popolazione si può organizzare in maniera collettiva per contrastare il regime ed ottenere giustizia. Il movimento Kejar, dal momento che operano fuori dal paese, sono in grado di mettere in rete il loro pensiero, le attività, la politica e la condizione della donna, senza nessun problema. Sperano anche di poter mettere in pratica anche in Iran la proposta che stanno facendo in Europea di una “Democrazia dei Popoli”, ossia di mettere insieme tutte le forze di sinistra per contrapporsi ai regimi dittatoriali.

Alla fine, Ciwana e Berivan chiedono a noi cosa possiamo fare. In Italia riusciamo ad avere rapporti con il popolo curdo della Turchia, Iraq e Siria, ma non quello dell’Iran. E’ una situazione molto delicata e complicata.

REPACK – Centro Curdo per le questioni femminili

L’Associazione delle donne Repack è stata fondata nel 2014 e si occupa di ricerca dei problemi femminili in tutte le quattro parti del Kurdistan. La base è sempre il Confederalismo Democratico. Il loro lavoro è trasversale, in quanto danno informazioni sulle necessità delle donne e, nello stesso tempo, offrono a loro stesse supporti logistici e politici, mettendo in rete tutte le donne curde e non, in tutte le quattro le parti del Kurdistan e in Europa.

Durante gli attacchi dello Stato islamico nel Kurdistan meridionale nell’estate del 2014, il loro ufficio era diventato un importante punto di riferimento per giornalisti, attivisti, delegazioni che si recavano in Kurdistan. Inoltre, nell’ambito di varie conferenze ed interviste, hanno reso pubbliche le informazioni sulla situazione delle donne yezide.

Il sistema patriarcale in Medio Oriente purtroppo non è diminuito, esiste come esiste anche nel resto del mondo, unica differenza che in Europa non è evidente, è nascosto dentro le mura domestiche. In M.O. la lotta contro questo sistema acquisisce energia e forza dalla situazione della donna nell’antichità, quando era lei al centro della società. Con il Confederalismo Democratico il ruolo della donna è visibile. Si deve partire da un lavoro collettivo.

Il percorso da fare richiede molto tempo ma solo attraverso questo sistema il ruolo del maschio può perdere potere. Le donne del Repack che incontriamo si dicono felici nel sapere che dietro di loro esiste un esercito di sole donne. (YPJ, Kongra Star ecc.) Nella realtà dei fatti, la loro lotta per una rivendicazione di parità è rivolta anche all’interno della loro comunità e non solo contro una mentalità di stato. La donna può anche fare politica, ricoprire ruoli importanti, ma la vita quotidiana è un’altra cosa. In questa regione ha sempre comandato il maschio e cambiare i ruoli non è certamente facile. Da considerare poi che durante le guerre, sono le donne che subiscono di più.

Poco dopo il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno proclamato da Barzani nel settembre 2017, l’Iran chiude le frontiere ed invia truppe al confine, la Turchia sospende i collegamenti aerei, il governo iracheno intensifica i controlli delle frontiere ed invia truppe verso Kirkuk. In questo contesto, l’esercito centrale iracheno con l’aiuto delle milizie sciite iraniane di Hashd al-Shaabi hanno attaccato e occupato diverse città a sud di Kirkuk e a Tuz Khurmatu. Le milizie iraniane entrate poi a Tuz Khurmatu hanno violentato 200 donne. Molte di queste donne sono state poi uccise o dagli stessi violentatori o dai propri familiari per la vergogna subita.

Il Repack è formato da molte persone che sono radicate in ogni settore della società. In questo modo possono fornire prima di tutto informazioni utili da poter analizzare per risolvere quei problemi per loro importanti. Insegnano a tutte le donne senza distinzione di etnie. Per le violenze domestiche a Sulaymaniyah non possono muoversi apertamente, devono intervenire praticamente di nascosto, è difficile ma cercano di non lasciarle da sole. In Turchia invece la guerra contro le donne non è apertamente visibile, viene esercitata attraverso leggi stabilite da Erdogan, come per esempio la possibilità di sposarsi a solo 12/13 anni.

La situazione della donna che vive nei villaggi è migliore rispetto a quella che vive in una grande città, perché nei piccoli centri esiste ancora un sentimento di umanità che unisce le persone. Le donne del Repack hanno contatti con le donne in Rojava e con le yezide, nessuno invece con quelle della zona di Barzani. A Kobane è stato ultimato il progetto “La Casa delle donne”, dove vengono accolte anche donne che sono state allontanate dalla propria famiglia. La Casa svolgerà la funzione di Accademia delle donne, luogo di formazione, di studio, di prevenzione e attività lavorative che possano creare reddito alle donne stesse. La cosa importante è che le donne escano di casa, che possano raggiungere una propria autonomia, conoscere i propri diritti e che imparino a rapportarsi con il maschio senza sentirsi inferiori.

Le donne curde possono essere un esempio per tutte noi, specialmente oggi in cui i nostri diritti sono sotto attacco attraverso nuove normative o tentativi di annullare e cambiare quelli in essere, ottenuti con determinazione e lotte negli anni passati. Lo strumento migliore resta comunque l’unione e la formazione culturale.

LE MILIZIE KURDE E IL CONTROLLO DEL TERRITORIO

L’anima principale di tutto il Kurdistan risiede nei guerriglieri. Riusciamo ad incontrarli in varie circostanze. Il problema principale rimane sempre quello di come affrontare la necessità di curare i feriti dei combattimenti contro l’Isis e sulle montagne di Qandil nelle offensive con l’esercito turco. In Rojiava non ci sono medici. C’è quindi il bisogno di trovare luoghi sicuri dove poter fare fisioterapia, riabilitazione e convalescenza. La prima cosa che ci chiedono riguarda il valore della rivoluzione e l’unione dei popoli in lotta. L’Italia ha vissuto l’occupazione e la resistenza, perché quindi rimane in silenzio nei confronti dei diritti del popolo curdo? Noi sentiamo la responsabilità di questa indifferenza, ma purtroppo il nostro governo ha fatto scelte diverse dalle nostre e l’informazione ufficiale omette la realtà dei fatti. Per questo il nostro obiettivo è informare, raccontare, documentare quello che succede in questi luoghi. Rompere il silenzio che avvolge la storia di questo paese.

I combattenti sono giovani, sicuri, non temono la morte perché la loro forza viene dall’ideologia. Gli dà la forza di combattere per ottenere una vita dignitosa e libera da ogni schiavitù.

Lasciare la famiglia è una scelta importate. Significa decidere di mettere la propria vita al servizio della causa, vivere nella speranza di una futura vittoria per il proprio popolo.

Un combattente sottolinea che le rivoluzioni nel mondo sono sempre state capeggiate dagli uomini, mentre quella professata del loro leader Ocalan, è diversa. E’ una rivoluzione per tutti quelli che soffrono, con al centro la lotta della donna per la sua emancipazione.

Il discorso con i guerriglieri scivola naturalmente su quello che rappresenta il Rojava e Cizre. L’autogoverno del Rojava mette in pratica la politica elaborata dal PKK: il Confederalismo Democratico. Questo è il risultato di un lungo percorso di analisi avviato principalmente dal suo presidente Ocalan. Una profonda critica al capitalismo e non più l’idea di uno Stato-nazione ma la costruzione di una società dal basso che metta al centro le persone e le comunità. Costruendo reti federative di assemblee territoriali, di villaggi, di quartieri ed eliminando il potere statale.

In Rojava già prima del 2011 esistevano nuclei di autodifesa militare (YPG e YPJ) e organizzazioni politiche/militari che, grazie alla loro preparazione, hanno dato la possibilità alla popolazione di reagire e sopravvivere quando è iniziata la guerra in Siria. Grazie a questo, la zona del Rojava è così diventata una zona più stabile e vivibile, meta quindi dei profughi che scappavano dal resto del territorio.

L’obiettivo dichiarato dalle milizie popolari è l’autogoverno della regione e la sua difesa. Un ruolo difensivo perché il Rojava non ha “protettori” su cui contare, anzi rappresenta la diversità al modello di gestione del Medio Oriente fondato sulle rivalità e le varie confessioni. Le unità di difesa del popolo e del territorio, YPG e YPJ, nonostante il loro ruolo, sono considerate dalla Turchia come un “gruppo terrorista”. La risposta di questa posizione la si trova nei disegni politici di Erdogan.

Rojava: territorio di una nazione contesa

Il Rojava è diviso in tre cantoni: Cizire, Kobane e Afrin, ciascuna con una propria autonomia amministrativa e costituzionale.

Afrin è una città siriana che fa parte dell’omonimo distretto sotto il Governatorato di Aleppo. Prima dell’inizio della guerra civile in Siria (15/03/2011) ad Afrin vivevano circa 40.000 persone in prevalenza curdi. Nel 2012 l’esercito di Bassar al-Asad si ritira da tutto il Rojava e si formano così consigli comunali confederati guidati dal PYD, Partito di Unione Democratica a maggioranza curda, ma anche con appartenenza di altre etnie. In tutti i distretti viene adottato il Confederalismo Democratico. Successivamente Afrin, considerata ancora una zona sicura, ospita alcune centinaia di migliaia di profughi provenienti da Aleppo e da altre zone della Siria in fuga dalla guerra.

Il 20 gennaio 2018 inizia con un bombardamento, l’operazione “Ramoscello d’Ulivo” delle forze armate turche. Obiettivo dell’offensiva è distruggere il PYD e la sua ala armata YPG. Erdogan parla di “eliminazione del terrore” ma, in realtà, vuole solo eliminare la nazione ed il popolo curdo. Ankara vuole infatti creare una zona cuscinetto tra la Siria e la Turchia libera dai “terroristi” legati al PKK, spezzando così la continuità territoriale curda lungo i propri confini meridionali. L’aviazione turca devasta il cantone curdo anche con l’aiuto delle milizie dell’Esercito libero siriano che saccheggiano villaggi e uccidono migliaia di miliziani curdi. L’offensiva dura 60 giorni: dal 20 gennaio al 22 marzo 2018, conclusa con la resa di Afrin, caduta per l’uso di jet ultra moderni dell’aviazione turca. Il tutto nella neutralità e nel silenzio del governo di Damasco, della Russia e di Stati Uniti.

Zerocalcare il 20 marzo ‘18, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Repubblica”, afferma che: “Afrin cade per mano della Turchia. Sotto gli occhi di tutti. E nessuno fa niente. Ci stiamo assuefacendo all’orrore”.

Da quel giorno, l’autonomia del cantone è finita. Afrin si trova ora sotto controllo dell’Esercito libero siriano ma i responsabili militari e politici delle forze curde continuano la loro lotta di resistenza in clandestinità.

60 giorni di scontri hanno provocato quasi 1000 vittime tra la popolazione civile. Chi è sopravvissuto è stato allontanato a forza fuori da Afrin e da tutte le altre province curde perché definite dai turchi non sicure. Le stesse zone che poi sono state ripopolate con civili e gruppi ribelli amici di Ankara. Purtroppo il piano di Erdogan ha funzionato: fuori i curdi fuori e le città svuotate dai suoi oppositori. Ma fino a quando?

La città di Cizre, sulla linea di confine con l’Iraq e Siria, è ricordata per il massacro ed il crimine contro l’umanità che ha subito dal 14 dicembre 2015 al 11 febbraio 2016 (data ufficiale della fine delle operazioni). Una città sotto coprifuoco ininterrotto per 79 giorni, con 3mila palazzi bombardati dall’artiglieria turca: quasi 500 morti, colpiti da cecchini o lasciati morire sulle strade, migliaia di sfollati e centinaia di arresti. Un massacro che, per la sua brutalità e atrocità, ricorda Sabra e Chatila in Libano nel 1982. Persone (178 civili) rifugiate negli scantinati di alcuni edifici, assediate e bruciate vive dalle truppe turche, senza neppure dare la possibilità ai soccorsi di portare fuori i corpi. L’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite definì le atrocità nel distretto “una scena apocalittica”. Anche molte organizzazioni per i diritti umani hanno sottolineato che questi attacchi contro i civili costituiscono crimini di guerra.

Il calore e l’affetto dei combattenti curdi

L’incontro con altri guerriglieri e guerrigliere, scesi dalle loro postazioni per incontrarci, è stato molto intenso. Davanti a me persone sicure della loro scelta; persone che credono nell’uomo come figura centrale di tutto il sistema. Ricordano la filosofia di vita del loro presidente Ocalan: “Combattere per tutta l’umanità senza nessuna distinzione di etnie, siamo tutti uomini”. Fare una rivoluzione significa prima di tutto impegnarsi, studiare, lavorare su tanti fronti e la cultura è la parte più importante. L’identità umana è stata modificata nel corso degli anni ed oggi la si deve recuperare. Il loro obiettivo è quello di essere al servizio del popolo. Non è importante sapere da dove vengono, la loro storia, importante è essere dove c’è bisogno di loro. Combattono con le armi, ma anche con le idee e con il pensiero, contro il sistema capitalista. Il mondo è sporco ma bisogna andare avanti e l’unione delle persone e dei popoli, è il segreto per riuscire a combattere il male. Anche se purtroppo non basta!

 

Combattenti Italiani

Dalla Siria, oggi 18 marzo è arrivata la terribile notizia della morte del volontario italiano Lorenzo Orsetti. E’ rimasto ucciso in un’imboscata con il suo battaglione dalle milizie dell’Isis a Baghuz, ultima roccaforte jihadista nella parte orientale della Siria nella provincia di Deir Ezzor. La notizia mi ha colta proprio nel momento in cui scrivevo del mio incontro con i guerriglieri. Una coincidenza da lasciare attoniti.

Le parole di Lorenzo, detto Orso, dal nome di battaglia di Tekoser (lottatore) pubblicate subito dopo la sua morte dai compagni delle Unità di difesa curde Ypg, sono le stesse parole pronunciate dai guerriglieri incontrati. “Sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e la libertà e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà”.

La scelta di partire per andare a combattere, in questo caso specifico, a fianco del popolo curdo, è una scelta ponderata, non è il frutto di un colpo di testa improvviso per sentirsi importanti e indispensabili. Una scelta di speranza per una vita dignitosa e libera per tutti, dopo aver vissuto una serie di esperienze sul campo, compreso addestramenti fisici e culturali, consapevoli di mettere a rischio la propria vita. Non tutti però comprendono il “sacrificio” di Lorenzo e di tanti altri come lui. La notizia è certamente apparsa su tutti i canali televisivi e sul web, si è parlato della lotta dei curdi contro l’Isis, ma quanti hanno capito la scelta fatta da Lorenzo? La maggior parte delle persone si sono dispiaciute per la sua morte, ma hanno anche pensato: “…ma perché è andato proprio lì dove c’è la guerra? Non poteva rimanere a casa tranquillo? Evidentemente in Italia non aveva niente e nessuno!”

Chi non fa militanza e non è mai andato a vedere in prima persona ciò che succede nel mondo, come chi rimane chiuso in se stesso e non riesce ad avere una visione più ampia, non può comprendere che le guerre apparentemente lontane da noi sono anche nostre.

L’elenco delle persone rimaste uccise è lungo e vario (Lorenzo, Giovanni Asperti, Vittorio Arrigoni, Rachel Corrie ecc.) ma non è sufficiente per prendere piena coscienza delle motivazioni delle loro scelte. Tutti loro hanno messo la propria vita al servizio dell’umanità. Il loro sacrificio è uguale a quello che ha spinto molte migliaia di persone (si stimano 40.000) di tutto il mondo, (55 nazioni diverse) negli anni dal ‘36 al ‘39, a raggiungere la Spagna per dare il loro contributo nella guerra civile che si stava combattendo. Una guerra contro una dittatura e il fascismo che avanzava. E oggi forse la storia si ripete.

Ma il sistema politico e giudiziario in Italia come tratta questi miliziani ?

L’ambiguità è ormai evidente. Se da una parte, lo Stato islamico viene definito il male assoluto ed i suoi miliziani assassini da sconfiggere, dall’altra alcuni tribunali italiani sono pronti a richiedere la sorveglianza speciale per quelli che sono tornati dopo averlo combattuto. La motivazione è che sono diventati pericolosi per la società in quanto sono in grado di saper sparare ed hanno maturato idee politiche ritenute pericolose. In pratica, puoi andare a combattere ma per ricevere una preghiera, un riconoscimento, un ringraziamento devi morire, perché se invece torni a casa sano sarai ritenuto troppo “pericoloso” per questa nostra Italia.

Dalla Prigione Rossa di Saddam Hussein ad un Movimento di speranza

La Prigione Rossa di Saddam Hussein

La storia va raccontata, ricordata, specialmente quando si commettono crudeltà e ingiustizie. Ogni luogo nel mondo, purtroppo, ha qualcosa da dover rievocare affinché non succeda di nuovo.

A Suleymaniyah, per esempio, in un bella zona, si trova l’ex quartiere generale della divisione settentrionale del Mukhabarat (servizi segreti) di Saddam Hussein. Un edificio o meglio l’Amna Suraka o “Prigione Rossa”, dove venivano interrogati, torturati ed uccisi dissidenti, studenti e curdi iracheni.

I primi prigionieri politici entrarono in carcere nel 1986 e, tra aprile e settembre 1988, lo stato iracheno, avviò la campagna Al-Anfal “Bottino di guerra” (nome dell’ottava sura del Corano) contro i curdi iracheni, utilizzando bombardamenti, deportazioni di massa, offensive al suolo, distruzione di insediamenti, guerra chimica, tortura e carcere, nel tentativo di distruggerli in modo definitivo. Gli attacchi di gas chimici, sotto la direzione di Saddam Hussein, furono opera di Ali Hassan al-Majid. Chiamato “Ali il chimico”, nel 2010 fu processato per crimini di guerra contro l’umanità, genocidio e giustiziato.

Nel 1991, mentre Saddam era impegnato nella Guerra del Golfo, l’esercito curdo raggiunse ed occupò Suleymaniyah. Il 9 marzo 1991, grazie all’intervento dei Peshmerga, dopo una settimana di combattimenti, i curdi riuscirono ad entrare nella prigione ed uccisero gli ultimi 800 soldati iracheni rifugiati all’interno. La prigione fu così liberata.

Oggi la prigione di Amna Suraka è un museo nazionale dei crimini di guerra. L’edificio è stato lasciato praticamente come al momento della sua liberazione. La struttura esterna porta così i segni della guerra che ricordano quanti persero la vita all’interno di quelle mura.

Il complesso è costituito da tre edifici principali. Il primo era utilizzato per l’amministrazione, oggi è un museo della cultura curda. Il secondo era la prigione e il terzo il luogo delle torture. Nel cortile sostano inermi i carri armati e l’artiglieria dell’esercito iracheno. L’edificio centrale, dove una volta era la sede e la mensa dei membri del partito Ba’ath, si apre con la Sala degli Specchi (Hall of Mirrors). Questo spazio, un corridoio ad L, è formato da 182.000 frammenti di specchi che rappresentano il numero delle persone uccise durante l’operazione Al-Anfal ed è interamente coperto da 4.500 lampadine, una per ogni villaggio distrutto. Lasciata la sala degli specchi ci si addentra in stretti corridoi dove sono collocate le celle della prigione. Dalla luce passiamo al buio, l’atmosfera è cambiata, un silenzio cupo ci porta indietro nel tempo, là dove l’uomo ha smesso di essere tale. Attraversiamo celle multiple che assomigliano di più a gabbie per animali con i pavimenti pieni di coperte sporche e servizi igenici fatiscenti. Altre piccole celle portano ancora sulle pareti alcune immagini e parole in arabo o curdo, lasciate da alcuni prigionieri come testimonianza della propria storia. Della propria sofferenza.

Un’artista locale ha creato cinque statue a grandezza naturale che riproducono la vita dei prigionieri: sagome umane ammanettate a tubi di scarico lungo le pareti, picchiate con bastoni sulle piante dei piedi; altre appese con un gancio al soffitto, le mani legate ad elettrodi collegati alla testa e pesi da 20/30 chili attaccati all’inguine. Presenti anche figure di donne con bambini.

Lasciate le camere di tortura si arriva all’esterno nel cortile tra carri armati, camion e varia artiglieria, dove sul fondo su un muro piastrellato di nero appare un monumento con diverse figure bianche strette fra di loro su un cumulo di sporcizia. Si tratta di un’opera dedicata agli studenti condotti alla parete e giustiziati nel periodo dal 1979, anno di apertura di Amna Suraka.

Come ultima tappa è d’obbligo rendere omaggio al ricordo delle migliaia di caduti durante la guerra di Saddam Hussein contro i curdi. Per questo è stata installata una mostra permanente, l’Al-Anfal Memorial, che prende il nome da un capitolo del Corano in cui si commemora una battaglia del sesto secolo tra musulmani e curdi.

Il Movimento per la società libera del Kurdistan (Tevgera Azadì)

E’ un movimento costituito il 17 ottobre 2014 senza nessuna distinzione di religione, etnia e colore. L’intento era quello di cambiare il vecchio sistema che ha causato il crollo di tutti i valori civili per costruire un nuovo modello alternativo democratico. In realtà sulla scena politica sono attivi dal 1992 con sigle diverse. Per accedere alle elezioni parlamentari del 12 maggio 2018 si sono uniti al Movimento New Generation riuscendo ad ottenere un seggio. Molti attivisti di questo movimento sono stati uccisi o sono in carcere per la loro politica di opposizione ai partiti di governo. Sono molto attenti ai diritti delle donne e denunciano il fatto che il governo regionale su questo tema non attua nessun cambiamento rispetto al passato. Per esempio, su 17 ministri uno solo è donna.

Le donne sono presenti nei partiti o movimenti solo fisicamente ma non hanno la possibilità di incidere nelle decisioni. Il loro partito invece ha il maggior numero di donne in ruoli amministrativi.

Il Tevgera Azadi non opera come un classico partito. Alla base di tutto c’è la formazione, lo studio. Tutto parte dal basso, dalle richieste del popolo e dalle sue necessità. Sono contrari alle tessere di partito perché il numero degli iscritti serve solo a ricevere finanziamenti dallo Stato. In ogni quartiere delle città dove operano ci sono sette/otto operatori disponibili per i bisogni dei cittadini. A differenza di tutte le altre organizzazioni, la loro idea di società non è solo a livello regionale ma vuole essere anche internazionale.

In merito al Referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno del 25 settembre 2017 sostenuto da alcuni dei partiti curdi locali e dal presidente Masoud Barzani, il Tevgera Azadi, dal momento che non è un partito nazionalista, si è subito dichiarato contrario ed ha cercato di boicottare tale iniziativa.

20/01/2018 Suleymaniya Primo congresso di Tevgera Azadì

Dopo anni di lavoro il Tevgera Azadì si è presentato in modo ufficiale. Centinaia di cittadini di varie zone dell’Iraq, del Kurdistan meridionale e 700 delegati hanno partecipato a questo suo primo congresso. Un congresso che ha visto una grande presenza di donne e giovani. Va sottolineato però che non si tratta solo di una presenza fisica, ma di un vero coinvolgimento dentro i meccanismi amministrativi e decisionali. Per queste donne e giovani impegnati nell’affrontare grandi problemi nel Kurdistan meridionale, questo partito rappresenta un’alternativa, una speranza per la ricerca di una vera soluzione. Il merito di tutto ciò è dovuto al programma di Tevgera Azadì, diverso da quello proposto dai partiti di governo degli ultimi vent’anni.

Stop a Tevgera Azadi

Tutto cambia il 28 novembre 2018 quando il Governo regionale del Kurdistan del sud ordina la chiusura degli uffici del partito Tevgera Azadì. Chiusi gli uffici a Koye, Kelar, Raperin, Kifri, Ranya,Keladiz e Suleymaniya. Le forze del PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) a guida del clan Talabani, ha dato a Tevgera Azadi di Suleymaniya 24 ore di tempo per evacuare gli edifici. A tempo scaduto, le forze di sicurezza locali (Asayish) hanno abbassato la bandiera del partito, tolto le varie segnaletiche e chiuso le porte dell’ufficio. Motivazione: il Tevgera Azadi è un partito illegale sprovvisto del permesso operativo dal Ministero degli Interni.

La circolare, firmata dal vice primo ministro Kubad Talabani, dichiara di aver deciso di interrompere le attività di tutti i partiti politici non autorizzati dal Ministero degli Affari interni del KRG (Governo regionale del Kurdistan iracheno) e di chiudere i loro edifici. Tevgera Azadì non accetta questa imposizione perché si definiscono un partito in regola che ha seguito tutte le procedure legali richieste, partecipando anche alle elezioni parlamentari del 12 maggio scorso. E’ evidente che si tratta di una chiusura politica. La Turchia, per questo, ha esercitato una forte pressione sul PUK offrendo loro varie opportunità. Per dividerli dalle unità curde, ha offerto per esempio, l’apertura di un aeroporto a Suleymaniya, incentivi finanziari e la creazione di un ufficio di rappresentanza ad Ankara. Lo stato turco è stato, infatti, il primo a celebrare questa notizia, dichiarando il Tevgera Azadi “terrorista”.

Il ruolo della Turchia e la dichiarazione di Tevgera Azadì

L’affermazione del console turco mostra che la decisione della chiusura degli uffici serve solo alle forze d’occupazione in Kurdistan e che questa decisione è illegale.

“La Turchia vuole agire come governatrice del Kurdistan e e dominare la regione. Per questo tutti dovrebbero prendere posizione e non accettarlo. Dobbiamo chiedere all’Iraq e al governo regionale curdo, se un rappresentante turco considera suo diritto andare oltre i suoi limiti fino a questo punto, dove sta allora il potere in Iraq e nella regione Kurdistan? A questo sconfinamento da parte della Turchia bisogna reagire e anche se il governo regionale lo accetta per il proprio vantaggio, la popolazione non lo deve tollerare”.

Ora più che mai il popolo curdo ha bisogno di unità e democrazia. E’ quindi inaccettabile che un movimento che ha rilevanza tra i curdi si rivolge contro un’altra organizzazione curda in modo antidemocratico chiudendo i suoi uffici. Chiedere quindi al Puk di rivedere la sua decisione è un atto doveroso. Sarà un vantaggio per tutto il popolo curdo.

SIRIA E ROJAVA

Incontro con il giornalista curdo SAID EVRAN

A Suleymaniya incontriamo il giornalista curdo originario di Amed, Said Evran che ci parla della situazione in Siria e in Medio Oriente. La conversazione comincia dalla situazione in cui si trova Idlib. Idlib non è più solo una questione siriana ma è internazionale. Il futuro dei rapporti fra le potenze coinvolte nel conflitto siriano.

Idlib è il capoluogo di una provincia che confina con Aleppo, Latakia, Hama e con la Turchia. Si trova tra la la metropoli più importante della Siria ed il confine turco. Le prime rivolte in Siria si sviluppano a sud della provincia di Daraa, ma i primi episodi di aggressione nel giugno 2011 si verificano a Jisr ash-Shugur, una cittadina della provincia di Idlib, dove un gruppo di manifestanti attacca alcune caserme. Damasco risponde inviando l’esercito per cercare di riportare l’ordine. Le proteste si trasformano quindi in una guerra per il controllo del territorio.

Alcuni analisti sostengono che questo primo atto di guerra avrebbe causato la nascita dell’Esercito siriano libero, dove i vari gruppi armati anti Assad hanno trovato le proprie roccaforti. E’ infatti questa provincia che ha assicurato a queste diverse sigle il rifornimento di armi e uomini dalla Turchia. E’ da qui che è partito l’assalto ad Aleppo ed è sempre da qui che i terroristi si sono organizzati per riuscire a togliere sempre più terreno all’esercito siriano. La città di Idlib si trova sotto occupazione dei ribelli dal gennaio 2015.

La guerra in Siria è stata teatro di diversi e numerosi vertici nel tentativo di raggiungere soluzioni di pace o almeno di una tregua al conflitto. Ci sono stati sia sforzi diplomatici promossi dalle Nazioni Unite e parecchi incontri avviati da Russia, Iran e Turchia ad Astana, capitale del Kazakistan. In uno di questi incontri, a maggio 2017, è stata designata Idlib come una “zone di deescalation”, che prevede il cessate il fuoco, il divieto di sorvolo dell’aerea, il rifornimento immediato di aiuti umanitari e il ritorno dei rifugiati, sotto la supervisione di Russia e Turchia. Idlib è così diventata l’ultima roccaforte del terrorismo islamico e la discarica dei jihadisti sconfitti. Attraverso la creazione di questa zona, l’esercito turco ha potuto mettere posti di osservazione in tutta la regione della Siria nord-occidentale, trasformando Idlib nel nuovo fronte di guerra.

L’accordo tra Siria e Turchia che prevede la collocazione di tutti i ribelli a nord in questa zona, ha significato essenzialmente il rimandare il problema a dopo la riconquista della Siria da parte di Damasco, fino al confine con Israele e Giordania. Un problema che si potrà risolvere con l’ultima battaglia.

Said Evran – prosegue nella sua esposizione – definendo la presenza di Russia, Stati Uniti e Turchia sul suolo siriano, solo per interesse personale.

Il coinvolgimento della Russia inizia il 30 settembre 2015 con un bombardamento sulle postazioni jihadiste tra Homs e Hama. La Russia interviene in aiuto al regime di Assad che si trova in difficoltà avendo perso il controllo della maggior parte del paese, per salvare la sua ultima base in Medio Oriente e perché teme anche che un possibile trionfo dello Stato islamico in Siria possa avere delle ripercussioni nel Caucaso russo. Nonostante la sconfitta del califfato, la Russia rimane ancora sul suolo siriano, probabilmente con altre intenzioni dettate dai nuovi scenari post Califfato. Il suo impegno è molto rilevante sia a livello militare che politico. Ha annunciato che non c’è una data per il ritiro delle truppe: rimarranno in Siria finché sarà necessario.

Said Evran sostiene che la guerra in Siria ha confermato la centralità politica della Russia nel Mediterraneo orientale e questo può diventare un problema per la Nato. Per questo l’obiettivo dell’Alleanza Atlantica è rivolto a indebolire e isolare Mosca da alcuni dei suoi più importanti partner strategici. Nonostante le dichiarazioni di un disimpegno americano, nel mirino Usa, la Siria e il Medio Oriente restano ben presenti.

Oltre ad una partita strategica, importante per tutti, c’è anche quella economica legata al gasdotto e petrolio. L’interesse di Bashar al Assad, dopo aver liberato le ultime zone intorno a Damasco dalla presenza dei ribelli, è rivolto ad est ai campi petroliferi di Deir ez Zhor, per cercare di ricostruire il suo paese dai danni della guerra.

La conversazione con Said si fa ben presto abbastanza complessa ma succede sempre quando si parla di Medio Oriente. Diventa difficile destreggiarsi tra emergenze umanitarie e lotte per le risorse naturali presenti sul territorio.

Da anni, infatti, tra Assad e l’Occidente sono in corso trattative per un gasdotto che dovrebbe collegare il Qatar alla Turchia. Trattativa ferma per il rifiuto da parte della Siria di farlo passare sul suo territorio. Allora verrebbe da chiedersi: tutto questo ha una valenza sui motivi che hanno scatenato la guerra? La si può anche chiamare forse “una guerra per l’energia”? Da qualche anno infatti è iniziata una nuova corsa al gas naturale da portare in Europa. Il problema è come portarlo, attraverso quali vie e con chi.

Il gas della Russia, i progetti di gasdotto asiatico e il TAP per l’Italia

L’Europa per le forniture del gas è sempre stata dipendente dalla Russia ma, oggi, a causa dell’embargo loro imposto causato dalla recente crisi con l’Ucraina, ha bisogno di altri canali di approvvigionamento.

Il primo progetto doveva portare il gas in Europa, dall’Azerbaigian fino all’Austria. L’Unione Europea però nel 2013 ha scelto di evitare il passaggio del condotto dai Balcani e di andare verso l’Italia attraverso il Mar Ionio e l’Adriatico. Questo progetto di gasdotto, noto all’Italia come “Tap” fa parte del grande progetto chiamato Corridoio Sud del Gas.

Il Tap ha una lunghezza pari a 878 chilometri (550km in Grecia, 215 in Albania, 105 nell’Adriatico e 8 in Italia). Il tratto italiano dovrebbe avere una portata di 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, con la possibilità di arrivare in un futuro fino a 20. Il Tap, nonostante sia contestato dalla popolazione e governi locali preoccupati per l’impatto ambientale ed economia locale, è ritenuto un importante progetto sia per l’Europa e sia per il Governo italiano. Nonostante i numeri, questo progetto però non è sufficiente a soddisfare la richiesta di gas attualmente necessarie all’Europa. Ed ecco che entra in gioco il Medio Oriente.

Nasce nel 2009 il progetto del Qatar-Turkey Pipeline, un condotto che avrebbe dovuto unire i due paesi per portare il gas all’Europa passando dalla Bulgaria. Il condotto deve però attraversare anche la Siria, e quindi il progetto si ferma perché Assad non dà il suo consenso. Tale rifiuto diventa comprensibile quando nel 2011 viene annunciato il progetto dell’Islamic Pipeline. Una nuova proposta che prevede il trasporto del gas dall’Iraq passando attraverso l’Iran, la Siria, il Libano,per arrivare poi, attraverso il Mar Mediterraneo, in Europa.

I due progetti illustrati sono alternativi tra di loro e rappresentano gli interessi di due blocchi contrapposti: il primo aumenterebbe il potere dei sunniti (Qatar e Arabia Saudita), il secondo invece quello sciita (Iran e Siria). Sullo sfondo restano sempre Stati Uniti e Israele pronti a sostenere gli alleati per non far crescere il potere dei rivali in Medio Oriente.

Le altre forze internazionali nello scenario di guerra

Said, lasciato il discorso sull’aspetto economico del gasdotto, continua ad esporci il suo pensiero sulla situazione odierna. Altri attori importanti si trovano sul palcoscenico della Siria: oltre a Russia e U.S.A, sono presenti Turchia, Iran ed il popolo curdo.

La Turchia vuole tornare ad essere una potenza della zona ed insegue il sogno di un ritorno all’impero ottomano.

L’Iran vuole creare un corridoio sciita che attraversa la Siria fino ad arrivare in Libano.

Russia, Turchia e Iran presentano progetti strategici differenti che li vede però uniti nella loro contrapposizione agli Usa. Un problema però si evidenzia quando si parla del popolo curdo e del Confederalismo Democratico. Tutti, americani, iraniani, turchi, russi sono contro di loro, soprattutto dal momento in cui il sistema Rojava è diventato un modello di vita e di organizzazione della società. E’ osteggiato ovunque, come ad esempio anche nel Bashur stesso per la sua pericolosità sociale e per il fatto che pure il popolo siriano comincia ad apprezzarlo ed a rivendicarlo.

All’inizio del conflitto, il disegno Usa prevedeva che il cantone di Cizre fosse sotto il controllo del KDP di Barzani, mentre quelli di Afrin e Kobane dalla Turchia. Con l’entrata in scena dell’Isis, il progetto americano fallisce e si inserisce invece quello russo, con le sue nuove alleanze di Turchia e Iran. La Turchia è presente a Jarablus, Idlib e Afrin. La Russia, che sostiene Assad come “capo della Siria”, viene sollecitata dallo stesso Assad ad intervenire per impedire che queste zone possano rimanere sotto il controllo turco e delle milizie ribelli.

La situazione è comunque in continuo mutamento a seconda delle diverse alleanze che strategicamente si creano. Said crede che alla fine America e Russia troveranno un accordo tra di loro contro Turchia e Iran. Tutte le forze in campo cercano di utilizzare i curdi per arrivare ai loro scopi. I curdi sono consapevoli di questo e, anche per questo, hanno creato il Confederalismo Democratico, per non aver bisogno di nessun Stato ma solo dell’appoggio dei popoli.

Sempre secondo il parere di Said, Assad non ha il potere oggi di contrastare il Confederalismo Democratico in Rojava. A questo proposito, c’è stato un incontro con i curdi nel quale Assad ha asserito che farà quello che deciderà l’Iran. Tutti sono contrari a questo sistema. Non solo gli stati occidentali, ama anche a livello locale, in particolare dalle varie monarchie regionali o clan, perché mette in discussione il loro potere sulla popolazione.

La zona che va da Kobane a Dar-er-Zor, ad esempio, si trova sotto controllo americano. Dar-er-Zor è la zona più ricca di petrolio e gas e la permanenza americana qui è per contrastare il progetto iraniano di avvicinarsi al Libano. Tutta la guerra è concentrata in questa zona. Russia, Iran, America, Francia, Germania, Italia, tutti sono qua per avere qualcosa.

La guerra dell’acqua

Un altro fattore di estrema importanza strategica per tutti gli attori in campo è la “guerra dell’acqua”. Guerra usata anche dall’Isis per la conquista di territori e città.

Per produrre energia sono stati creati molti laghi e dighe sfruttando i fiumi del paese. Con il controllo idrologico, infatti, si possano dominare popolazioni civili sia irachene che siriane.

La diga più importante e contesa è quella di Tabqa, costruita nel 1968, in gran parte anche con l’aiuto finanziario della Russia. Si trova sull’Eufrate nella Siria centro-settentrionale, vicino alla città di Raqqa. E’ considerato il più grande bacino artificiale del paese, costato ben 350 milioni di dollari. La diga di Tabqa fornisce alla Siria l’80% di tutta l’energia elettrica necessaria e acqua per la produzione di grano sia per uso interno che per l’esportazione, diventando un’importante fonte di ricchezza per la popolazione. E’ stata sotto controllo dell’Isis dal 2013 al 2017 e poi dalle milizie curde in alleanza con le Forze democratiche siriane (SDF). La Russia sta cercando di fare accordi con l’SDF per poter avere il controllo della diga.

Tutte le forze impegnate in questa guerra affermano che combattono per una Siria federale e democratica. Il tempo necessario per arrivare a questa conclusione è sconosciuto. Said prosegue dicendo che non crede nella fine dell’Isis, è molto probabile un cambiamento di sigle, nasceranno altri gruppi. Oggi, a breve, non vede una possibile conclusione.

SITUAZIONE IN ROJAVA

Incontriamo sempre a Suleymaniya alcuni esponenti del PYD (Partito democratico del popolo di Suleymaniya) e del Kongra Star.

Il Pyd è il partito maggioritario nel Kurdistan occidentale (Rojava, Siria del nord). Le sue ali militari sono le YPG (Unità di difesa popolare) e le YPJ (Unità di difesa delle donne) ed è, sia da un punto di vista militare che politico, uno stretto alleato del PKK. Condivide quindi la proposta del Confederalismo Democratico, anzi, lo mette in pratica nei territori del Rojava.

All’inizio della guerra non si è schierato né dalla parte del governo di Assad e né con i ribelli, scegliendo una terza strada: liberare e difendere il proprio territorio per amministrarlo “dal basso” insieme alla società civile non solo curda ma anche con altri partiti, attraverso una democrazia cantonale.

Il Kongra Star è il congresso di tutte le organizzazioni delle donne della Federazione della Siria del Nord. I suoi obiettivi principali sono la tutela delle donne da un punto di vista giuridico, lo sviluppo di una conoscenza che appartenga alle donne ed il superamento delle strutture e relazioni patriarcali e stataliste. Obiettivo: la liberazione delle donne dal punto di vista economico e sociale.

Il lavoro di coordinamento di questa struttura è organizzato attraverso nove comitati:

1. formazione,

2. giustizia,

3. autodifesa,

4. politica,

5. economia,

6. diplomazia,

7. informazione,

8. arte e cultura,

9. salute.

Attraverso questa rete, il Kongra Star riesce ad essere sempre in contatto con tutte le necessità della popolazione femminile. Il suo lavoro si svolge in parallelo con quello del TEV-DEM (Movimento per una Società Democratica). I due organi hanno obiettivi comuni pur mantenendo la propria autonomia.

La questione Afrin

Una responsabile del Kongra Star ci parla subito di Afrin e della sua resa. Quando le forze armate turche sono entrate nel cantone di Afrin a maggioranza curda e nell’area di Tel Rifaat del governatorato di Aleppo, sono stati distrutti centinaia di paesini solo perché abitati da curdi. Ovvero il tentativo di una vera pulizia etnica: sostituire in tutta la zona la popolazione curda con quella araba e di altre etnie. Si tratta dunque di una questione militare e politica, celebrata con un accordo tra Russia, Turchia e Siria nel silenzio degli altri stati. Afrin si trova così isolata rispetto agli altri cantoni.

Prima dell’inizio della guerra civile siriana nel cantone di Afrin vivevano circa 400.00 abitanti in prevalenza curdi e successivamente vi avevano trovato rifugio alcune centinaia di migliaia di profughi provenienti da Aleppo e da altre zone della Siria. Causa l’intervento dell’esercito turco, nella zona tra Afrin e Kobane sono stati costretti alla fuga abbandonando le loro case, 200.000 persone, perchè era diventato molto pericoloso. Ancora oggi non possono tornare.

Alla nostra domanda: riusciranno a riprendersi Afrin? La responsabile ci risponde positivamente: “non si può sapere quando, ma, o con la forza o con un accordo, riusciranno a tornare, devono tornare. Ma fino a quando sarà presente la base turca, tutto rimane fermo.”

Afrin è diventata una questione internazionale. Le persone che non sono riuscite o non hanno voluto lasciare le proprie case sono in continuo pericolo. La loro quotidianità è fatta di violenze, stupri, furti, estorsioni e omicidi. La resistenza continua con le milizie Ypg e Ypj che combattono per la difesa della popolazione, mentre le persone che sono fuggite, hanno trovato rifugio o in campi profughi o in altri villaggi in Rojava. In questo modo riescono a restare vicini alle proprie case con la speranza di poter tornare il più presto possibile.

Nei campi, intanto, abitati per la maggior parte da curdi, arabi ed Ezidi, hanno riprodotto il loro sistema di organizzazione di vita sociale. Purtroppo riuscire a visitarli è molto difficile per la presenza sia degli islamici che dei siriani.

La Turchia e il Rojava

Da sempre, anche prima di diventare una Repubblica, il sogno della Turchia era quello di avere un territorio abitato da una popolazione omogenea. Il tentativo è stato fatto già nel 1915 con il genocidio degli armeni. Poi, nel 1923 con la nascita della Repubblica, iniziò il processo di assimilazione di tutte le diverse etnie presenti su quelle terre e di conseguenza la lotta contro il popolo curdo, che ancora oggi continuano a resistere.

La guerra in Siria ha consentito al governo di Erdogan di iniziare ad attaccare i curdi anche al di fuori dello Stato turco, uccidendo 300 persone solo nella città di Cizre. Per questo motivo ha appoggiato l’Isis ed i vari gruppi jihadisti.

La Turchia, ci racconta un responsabile del Pyd, è stata fondamentale per la nascita dell’Isis e del suo uso contro la popolazione curda.

“Per loro Erdogan ha aperto le porte dei suoi ospedali!” – afferma ancora il responsabile del partito – “ma fino a quando la Turchia resterà in Medio Oriente non ci sarà mai la pace. Erdogan è una minaccia per l’Europa e il M.O. Per cambiare la situazione, non non basta sconfiggere fisicamente l’Isis, ma bisogna arrivare a modificare la mentalità che guida questa ideologia fondamentalista islamica. Erdogan per raggiungere i suoi obiettivi si è reso responsabile della creazione dell’Isis, ma, nello stesso tempo, gli U.S.A. hanno utilizzato la Turchia per frammentare il M.O. a proprio uso. La differenza tra le forze coinvolte in questa guerra è molto alta ed i curdi saranno destinati ad essere martiri. Servono accordi internazionali. Alla fine, Russia e America troveranno un accordo e scaricheranno Turchia e Iran.”

Il Confederalismo Democratico

Il PYD è un partito dalla ideologia socialista.

La nostra forza – ci racconta uno dei responsabili – è il popolo. Il nostro modello è basato su un sistema di cooperative, in contrasto con il capitalismo e il nazionalismo. Il ruolo della donna è molto importante e lo dimostra il fatto che ora il rapporto della sua partecipazione alla vita sociale e politica, con l’uomo è paritario.” Rimarcano inoltre che, l’accordo siglato con gli U.S.A. è stato fatto solo da un punto di vista tattico, legato alla necessità di difendersi in un particolare momento del conflitto e che questo non ha modificato in nessun modo la loro filosofia socialista.

Il Pyd sta cercando di mettere in pratica le basi del Confederalismo Democratico, anche per quanto riguarda l’aspetto economico. Per esempio, stanno cercando di gestire le retribuzioni dei lavoratori di tutte le varie professioni, garantendo un compenso equilibrato e compreso tra un minimo ed un massimo. Non esistono “stipendi” dati da uno specifico datore di lavoro. Ogni lavoro e categoria è organizzato attraverso il sistema cooperativo dove a insegnanti, medici, contadini, operai ecc. vengono offerti un lavoro e un’equa retribuzione. In Rojava sono presenti 5000/6000 tipi di diverse Cooperative. Chi non può lavorare è aiutato dall’intera comunità. Il Confederalismo Democratico è la speranza di poter cambiare la mentalità esistente per una vita migliore, più giusta ed equilibrata per tutti.

Anche per quanto riguarda il sistema bancario stanno cercando di trovare una soluzione diversa rispetto al suo funzionamento odierno legato solo al sistema capitalista. Sono consapevoli che bisogna gestire il movimento dei soldi, ma si deve non diventare schiavi delle banche, come invece succede oggi nei sistemi liberali. Per esempio, i prestiti non sono erogati ai singoli, ma direttamente alle Cooperative senza l’applicazione di interessi. L’obiettivo è quello di considerare le persone, non per la loro situazione finanziaria, ma solo per i meriti acquisiti nei confronti della società.

L’Arcobaleno di Alan

Asya del Movimento delle donne di Suleymaniya ci racconta che le organizzazioni delle donne in Rojava si occupano da alcuni anni del problema legato agli orfani di guerra. Il Comitato di Ricostruzione di Kobane, con la Fondazione delle Donne Libere del Rojava (WJAR) e UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) nel 2016 hanno iniziato i lavori di costruzione di un luogo destinato agli orfani. Luogo chiamato “Alan’s Rainbow” (L’arcobaleno di Alan), in ricordo del piccolo Alan, proveniente da Kobane, fuggito con la sua famiglia dalla violenza dell’Isis e poi ritrovato morto su una spiaggia in Grecia.

La guerra a Kobane ha prodotto un numero molto alto di orfani: 872 di un solo genitore e 62 di entrambi. Di qui la necessità, dato l’alto numero di bambini rimasti da soli o in estrema difficoltà causa traumi di guerra, di costruire un luogo di vita e di studio dove poter superare le esperienze traumatiche vissute sotto gli attacchi dell’Isis. Purtroppo all’inizio del 2017 i lavori per la costruzione dell’orfanotrofio si sono fermati per mancanza di fondi. Il piano però non si è fermato. E’ continuato grazie all’Associazione Docenti Senza Frontiere, promotrice del progetto, alla Fondazione Museo storico del Trentino ed al finanziamento della Provincia Autonoma di Trento.

La struttura è composta da due edifici di tre piani. In uno ci saranno la cucina, le camere da letto e gli spazi comuni per circa 100 orfani, tra gli 1 e i 16 anni, che qui vivranno quando l’opera sarà completata. Nell’altro edificio ci sono le scuole di ogni ordine e grado capaci di ospitare oltre 500 studenti. Dall’asilo alle superiori. Oltre all’educazione scolastica, sono anche previsti corsi di lingua straniera, musica ed informatica e la possibilità d’imparare una professione. Un parco e uno spazio giochi completano il progetto.

Dietro l’edificio che ospiterà le aule, ci sarà uno spazio normalmente adibito a palestra ma, in caso di bombardamenti o attentati, potrà essere destinato come rifugio sicuro per tutti i bambini. La scuola materna e la scuola primaria saranno a disposizione anche degli altri bambini della città, in modo da creare un ambiente in cui i bambini imparino a sostenersi a vicenda ed a costruire legami comunitari e di familiarità tra loro. I bambini devono crescere con la loro società e la società deve sentire questi bambini come una propria parte.

QANDIL

Le montagne di Qandil, zona montuosa dell’Iraq settentrionale nel Kurdistan Bashur e al confine con l’Iran, sono il rifugio e quartier generale dell’esercito curdo guidato dal PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) che difende e combatte questo territorio. La politica applicata, come a Makhmour, è quella del Confederalismo Democratico sostenuta dal leader Ocalan. Per questo è una zona spesso bombardata dall’aviazione turca ed anche dall’artiglieria iraniana.

La municipalità di Qandil, composta da 61 villaggi e da circa 7.000 persone, rimane il cuore di queste montagne, nonostante alcuni villaggi siano stati abbandonati a causa dei bombardamenti effettuati nel 2011 e 2015 dall’esercito turco. Le incursione turche,in realtà, non si sono mai fermate, anzi il 2017 e 2018 sono stati anni molto pesanti, anche perché le operazioni contro il Pkk nel Nord Iraq rientravano nella nuova dottrina della Turchia in nome di una messa in sicurezza dei propri confini. Da considerare, inoltre, che l’avvio di queste operazioni coincideva con una campagna elettorale arrivata quasi al culmine delle elezioni del 24 giugno 2018, elezioni che avrebbero segnato le sorti del paese.

All’ombra di grandi alberi tra le montagne di Qandil, nascosti dal sole e dai droni turchi, incontriamo il Comandante Riza Altun, Membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) conosciuto come Ministro degli esteri e Fatma Adir, sempre del Consiglio esecutivo del KCK.

Il Comandante, come prima cosa, afferma che è a conoscenza di tutto quello che viene fatto in Italia a sostegno del popolo curdo e, proprio grazie a noi, si è sviluppata in altri paesi una maggior sensibilità verso la questione curda. Nel mondo essere curdo è molto pericoloso e non tutti condividono la loro lotta.

“La crisi capitalista di tutto il mondo rispecchia anche la crisi in Medio Oriente. La globalizzazione di fatto ha unificato tutti i paesi, stessa voglia di potere e di supremazia al di sopra dei più semplici diritti umani dei popoli. Ma perché tutte le maggiori forze internazionali si trovano in M.O.?” E’ una domanda che Riza fa a se stesso e a noi per farci comprendere l’attuale situazione politica. Il sistema creato dopo la prima guerra mondiale dalle super potenze non funziona più. Di fatto ci troviamo dentro la terza guerra mondiale con la ridefinizione di nuovi confini e di nuove gerarchie da parte degli Stati più forti e determinati ad ottenere più vantaggi possibili rispetto agli altri concorrenti (Stati Uniti, Russia, Iran, Paesi arabi, Israele, Turchia, Europa ecc). Non esiste, da parte di tutte le forze mondiali coinvolte in questa guerra, un progetto per una soluzione democratica, ma solamente tante parole per difendere in realtà solo i propri interessi. Gli Usa vogliono mantenere il loro predominio per il petrolio e l’Europa ha optato alleanze per puro interesse economico.

La politica della Turchia ha principalmente l’obiettivo di eliminare il popolo curdo non solo dal suo territorio.

La Russia quando è entrata nelle questioni del M.O. poteva giocare un ruolo importante, invece ha preferito scegliere un percorso diverso per ritrovare quell’egemonia che aveva in tempi lontani, stringendo alleanze con alcuni poteri forti statali. E’ stata l’artefice “dell’amicizia” tra Iran e Turchia, i due stati mentalmente più arretrati. Uno come stato nazione e l’altro per religione, uniti solo contro il popolo curdo. A conferma di tutto ciò, l’accordo siglato ad Astana (Kazakistan) a settembre 2017 tra le tre potenze di Iran, Russia e Turchia. Quest’accordo, sesto round dei colloqui trilaterali sulla Siria, include come zone di de-escalation, la Ghouta orientale, la provincia di Idlib, Homs, Latakia, Aleppo e Hama. E’ stato quindi firmato un “cessate il fuoco” tra le le forze governative e gruppi moderati dell’opposizione, supervisionato dalle suddette potenze garanti per sei mesi. La zona più complessa è quella di Idlib soprattutto per la presenza di fazioni jihadiste legate al nuovo gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS). Iran, Russia e Turchia invieranno a Idlib 500 osservatori ciascuno per pattugliare e gestire i checkpoint posti sui confini delle zone di de-conflitto.

Il commento di Erdogan: “In base all’accordo, i russi garantiranno la sicurezza al di fuori della regione di Idlib e la Turchia all’interno. Il compito non è facile. Con Putin discuteremo ulteriori misure necessarie per sradicare i terroristi una volta per tutte e ripristinare la pace”.

Nel tentativo di fermare le fazioni jihadiste, la Turchia ha dato avvio alla costruzione di un Esercito Nazionale Siriano. Un esercito rivolto soprattutto verso le milizie YPG per impedire la connessione di Afrin con il resto del Rojava. Con l’accordo di Astana, infatti la Turchia chiede di fatto alla Russia di lasciarla libera nei confronti della sua battaglia conto i curdi, e la Russia un aiuto nel conflitto siriano.

Riza continua la sua analisi affermando che il PYD, il partito dell’Unione Democratica curda, ha cercato una soluzione anche con la Siria, che però è stata rifiutata. In realtà il governo siriano non ha sul territorio una vera forza politica e militare. Queste sono state astutamente suddivise. Ad Hezbollah e Iran,quella militare e alla Russia quella politica.

Senza l’appoggio della Russia, la Turchia non poteva entrare nei territori curdi della Siria (Jarablus e Afrin).

“Ai partiti curdi non è mai stato concesso di partecipare né alla Conferenza di pace di Ginevra e né agli Accordi di Soci e Astana, nonostante la loro battaglia contro l’Isis. Nessuno ha fatto niente.” In teoria non sarebbero contro i curdi, a parte la Turchia, ma in realtà, gli interessi personali ed economici prevalgono al sostegno e difesa di un popolo che cerca la propria autonomia.

Riza Altun e le prospettive per un futuro

“Il nostro popolo non accetta questa logica imperialista, noi siamo per una democrazia che parte dal basso, dal popolo. Il nostro progetto è chiaro, reale e lo si vede in quello che sta vivendo il Rojiava. Ma in questa lotta abbiamo tutti contro. Io credo – prosegue – che, per trovare una soluzione in Medio Oriente, non essendoci attualmente nessun progetto reale da parte delle altre potenze, l’unica alternativa rimane una guerra fra le parti in causa.”

Il problema più grande del M.O. è la mancanza di democrazia e della difesa dei diritti umani. Le popolazioni si dividono in base alle diverse etnie e religioni e questo non permetterà la fine delle guerre. Le divisioni vengono quindi incrementate sempre più per provocare forti contrapposizioni per mettere gli uni contro gli altri. Esiste ancora, per esempio, l’idea dello schiavismo.

“Noi non vogliamo la divisione delle popolazioni, siamo per la convivenza nel rispetto reciproco.” E’ per questo che il modello del Confederalismo Democratico è molto importante non solo per il Medio Oriente e questo fa paura agli stati globali. Tutti dovrebbero cercare una soluzione per una vita normale. Nonostante il M.O. sia molto ricco, la popolazione è sempre più povera. La ricchezza del paese dovrebbe essere divisa tra il popolo, invece c’è troppa disparità, disuguaglianza ed assenza di giustizia.

Il basso livello di vita sociale del popolo rappresenta un altro importante problema che affligge il M.O. e la soluzione resta solo quella di una equa distribuzione delle ricchezze concentrate nelle mani di pochi. Tutti sono a conoscenza di questo stato di cose, ma nessuno ha interesse a porvi rimedio. Il popolo curdo è isolato e il silenzio internazionale è come una grande coperta che nasconde tutte le verità.

“Nessuna potenza si è mai espressa circa il futuro che riguarda il nostro popolo. Solo quando noi combattiamo e resistiamo alle forse dell’Isis, qualcosa cambia. Un esempio? Quello che è successo a Kobane. Molte forze internazionali, attraverso manifestazioni e prese di posizioni favorevoli, hanno appoggiato la nostra resistenza. Per noi questo è stato positivo. Quando si difende un’idea come questa di democrazia, lo si deve fare per tutti i popoli, non solo per quello curdo. La storia ci racconta tanti esempi: la guerra in Spagna del 1936 contro la dittatura di Franco, la resistenza del popolo palestinese negli anni ‘70, il manifesto del partito comunista del 1848, quando si pensa ad una democrazia uguale per tutti si pensa a questi momenti. Noi vogliamo arrivare a questo risultato con una rivoluzione. Rivoluzione culturale, non una rivoluzione con la forza.”

La Siria come terra di cultura e rivoluzioni

Rivoluzione è un tema molto importante, sensibile e, per questo, sotto un manto verde di foglie che rincorrono un vento dolce e tranquillo, al riparo di occhi ed orecchie indiscrete, prende la parola Fatma. Vuole parlare del capitalismo e delle donne. Prima però di sentire la sua voce, vorrei fare un passo indietro e spigare che cos’è la rivoluzione nel Rojava.

La Siria è stata la patria di antiche civiltà, delle prime scoperte umane e di un insieme di varie culture, religioni e lingue. La Siria ha vissuto la rivoluzione neolitica dando vita ad alcune delle più antiche città del mondo ed è stata terra di invasioni ma anche di arricchimento attraverso diverse culture. E’ la patria di arabi, curdi, assiri, caldei, armeni, turkmeni, ceceni con diverse religioni, filosofie che parlano lingue e dialetti diversi. Dopo 400 anni sotto il dominio ottomano, nel 1916, alla fine della prima grande guerra mondiale, i diplomatici britannici e francesi, con l’Accordo Sykes-Picot, ridisegnarono in un modo del tutto artificiale nuovi confini ignorando completamente la politica ed i desideri delle popolazioni locali. Questo ha poi influito sui destini dei popoli che vivevano in Turchia, Siria, Libano, Palestina, Iraq e Giordania. Nel 1920 la Siria fu posta sotto il mandato della Francia. Questo nuovo disegno di confine segnò la seconda divisione delle terre che i curdi consideravano la loro casa (la prima divisione ci fu nel 1639 con il Trattato Qasr-e-Shirin che divise il Kurdistan dell’est dal resto del Kurdistan) in altre tre parti: Turchia, Siria e Irak. Inizia così il processo di costruzione di uno stato- nazione che ha portato grandi violenze, povertà, conflitti, guerre e distruzioni di popoli e ambienti naturali della regione. Nel 1946, il mandato francese termina e la Siria diventa indipendente. In Siria negli anni ‘40 e ‘50 ci furono vari colpi di stato militari con cambiamenti di regimi e costituzione. In questo clima di instabilità, nel 1957 nasce in Rojava il primo partito politico curdo (PDK-S). il partito Baath prende il potere nel 1963 e fu evidente da subito la sua posizione razzista nei confronti delle regioni curde. In Rojava 300.000 persone furono private dei loro diritti di cittadinanza e dichiarati come apolidi o stranieri. Il funzionario dei servizi segreti e capo della polizia di Hasaka, ha definito le regioni curde di Cizre un “cancro” che deve essere estirpato. Questa discriminazione sistematica ha quindi costretto molte personalità e uomini politici curdi a dover lasciare la Siria e il Rojava per nascondersi e riorganizzare le lotte. Nel 1979, un anno prima del colpo di stato militare in Turchia, i quadri dirigenti del PKK, compreso il loro leader Ocalan, tornarono in Siria.

Il Pkk ha organizzato per quasi due decenni la comunità in Rojava e le prime strutture di base. La situazione politica in Rojava non è quindi dovuta ad una risposta alla rivoluzione siriana di oggi, ma ad un lavoro del PKK svolto per anni.

Oggi la Siria è diventata il teatro di una delle guerre più brutali e complicate del sistema politico internazionale.

Fatma Adir e il Rojava

“Quando la Turchia ha attaccato Afrin, nessuno ha parlato, nessuno ha denunciato, silenzio, – comincia Fatma – quando invece è successo a Idlib, tutto il mondo si è espresso, si è indignato. Questo atteggiamento significa solo che per le potenze straniere le popolazioni locali non sono importanti, difendono solo quelle dove ci sono interessi da salvaguardare.” A Idlib vi sono collocati molti estremisti islamici con le loro famiglie (al-Nusra e al-Qaida), mentre ad Afrin vi sono le persone che combattono l’Isis, che difendendo le popolazioni. Queste sono i due aspetti degli stati coinvolti in questa guerra.

A Shingal, durante l’offensiva Isis del 2014 contro la popolazione civile yezida, per evitare un genocidio, sono intervenute solo le Unità di protezione popolare Ypg e Ypj riuscendo anche così a riconquistare ampie parti della regione. Prima dell’arrivo dell’Isis, proprio per organizzare le persone alla difesa, da Qandil sono partite 12 persone. Di queste 3 sono state arrestate ma nove sono riuscite ad arrivare.

I numeri parlano chiaro: negli ultimi 4 anni Daesh ha ucciso 1293 yazidi e circa 3000 bambini hanno perso un genitore. Sono stati rapiti 6.417 yazidi, di cui 3547 donne. Finora ne sono stati liberati 3.300: 1150 ragazze e donne, 337 uomini e 1813 bambini.

L’Europa però non ha fatto o detto niente riguardo a questo massacro, ma ha conferito il Premio Nobel per la pace 2018 a Nadia Murad, una ragazza yazida che è riuscita a scappare dal suo ultimo “padrone”. Una storia atroce raccontata nel libro “L’Ultima ragazza”.

“Questo è un esempio del comportamento ambiguo tenuto dalle forze internazionali. Se da una parte possono uccidere e violentare, dall’altra, offrono un riconoscimento alla tua sofferenza, pensando così di pareggiare i conti. Ma non è sufficiente!”

Sul caso di Nadia Murad si doveva intervenire prima, per evitare tutta quella violenza. Che senso ha darle un Premio perché è riuscita a liberarsi da sola quando nessuno ha fatto niente per aiutarla? Nel mondo, la donna è considerata quasi sempre per il solo aspetto estetico, ed anche le ragazze dell’unità di difesa Ypj, a loro malgrado, sono diventate una moda, una cosa bella da mostrare, senza niente più. I combattimenti contro l’Isis sono diventati unicamente notizie utili per l’aumento della vendita dei giornali. In realtà, dietro queste belle ragazze c’è l’idea di una rivoluzione culturale, sociale, democratica, che le spinge ad andare in prima linea a rischiare la propria vita. Questo è il messaggio da divulgare: la loro scelta e motivazione, è la difesa del Confederalismo Democratico.

“Nulla di tutto questo è passato. Neppure la morte di tante martiri nella regione del Rojava, come la carcerazione per le loro idee e la sorte di tanti nostri attivisti e politici repressi in Turchia.“

Le altre popolazioni non curde accetteranno questo progetto democratico?

“Non è facile – risponde Riza – ma cerchiamo di parlare con loro spiegando la nostra teoria e mettendo anche in pratica le nostre idee. Per esempio, a Qamislo, città gemella di Nusaybin, abitata da curdi, arabi, caldei, assiri e cristiani, abbiamo raccolto tutti quelli che credono nel nostro progetto. Parliamo con loro, come anche a Raqqa, la città più arretrata e che è stata capitale dell’Isis, anche se, nonostante il nostro impegno per farci capire, è molto difficile. Per cambiare una mentalità millenaria occorre molto tempo. Da una parte c’è la donna sottomessa che crede “normale” la sua situazione e dall’altra c’è la donna guerrigliera che con la nuova cultura combatte questa idea arretrata.”

Afrin e Idlib

Riza introduce l’argomento che riguarda la situazione ad Afrin e Idlib ed i diversi accordi tra le potenze straniere. Afrin e Idlib sono strettamente legate tra di loro e la loro situazione politica risulta essere molto complicata.

Dall’inizio del 2018 la Siria è stata al centro di conflitti molto cruenti in due zone diverse. Ad Afrin, cantone curdo lungo il confine turco, i combattimenti si sono intensificati quando l’esercito turco è entrato con la forza. L’attacco aereo è servito ad aprire la strada ad una nuova invasione della Sira da parte dell’esercito turco appoggiato dalle milizie jihadiste che Ankara sostiene ed arma dall’inizio della guerra. Nel Ghouta orientale, periferia di Damasco, l’esercito siriano è alle prese con le ultime resistenze dei ribelli a scapito di tantissime vittime civili, con l’aiuto decisivo di forze aeree russe e forze di terra iraniane. L’obiettivo dell’operazione era quello di liberare la città dai terroristi, ossia dai curdi. Operazione chiamata ”Ramoscello d’ulivo” è stata una dimostrazione del potere del governo turco per rafforzare i sentimenti nazionalisti del paese contro i curdi siriani. Il governo, dove non è stato possibile avere il sostegno di questa operazione militare, ha attivato il meccanismo della censura e repressione. Il regime di Erdogan teme che la rivoluzione nel Rojava e le idee del Confederalismo Democratico possano estendersi anche in Turchia e, per questo, ha esteso la repressione nei confronti dei curdi favorendo militarmente l’Isis. La popolazione civile di Afrin ha subito rapimenti, omicidi, sequestro di case, denaro, proprietà e ha dovuto quindi abbandonare il suo territorio e rifugiarsi in campi profughi dell’area di Sahaba. In un rapporto presentato a metà novembre 2018 da una commissione di giuristi provenienti da tutta la Siria, sono elencate tutte le violazioni subite dagli abitanti di Afrin: dall’inizio degli attacchi sono stati oltre 900 le violazioni dei diritti umani – 750 civili uccisi – 2500 civili sequestrati, di cui 850 considerati “scomparsi” – case, campi distrutti – centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga. Al posto degli espulsi si sono insediati le famiglie degli jihadisti provenienti da altre parti della Siria.

Come ha sottolineato più volte Fatma nella prima parte del nostro incontro, nessuno ha detto qualcosa contro questa violazione.

La Corte Europea dei diritti umani ha voltato le spalle ai civili di Afrin respingendo tutte le cause legali presentate per citare in giudizio lo stato turco, affermando che le denunce sono legalmente incomplete.

Dopo la liberazione del Ghouta, l’esercito siriano è pronto per una nuova offensiva considerata fondamentale: la provincia di Idlib, al confine con la Turchia controllata dalle milizie jihadiste. Entrambe le aree sono sotto il controllo della Turchia: diretto quello esercitato su Afrin, per interposte milizie quello su Idlib.

Afrin e Idlib sono quindi i due nodi importanti per la Siria

Erdogan, all’inizio aveva avvertito che difronte ad un attacco della Siria contro Idlib, avrebbe reso nulli gli accordi di Astana. La Russia se da una parte considera legittime le aspirazioni di Assad, dall’altra punta molto anche sul rapporto con Erdogan. Anche per la Turchia il supporto della Russia è di vitale importanza specialmente ora che, a causa dei dazi imposti da Trump, l’economia del suo paese è in serie difficoltà. Da tutto questo chi ne esce rafforzato è la Russia.

Idlib è diventato il centro del Jihadismo siriano. Molti jihadisti, infatti, di varia matrice e scacciati da altri territori si sono concentrati qui con i loro familiari. Oltre alla popolazione locale (circa 1,5 milioni di abitanti) si sono aggiunti così un altro milione di persone.

Riza prosegue la sua analisi dicendo che “da quando la Turchia è entrata militarmente in Siria, le cose si sono molto complicate e si è passati ad un’altra fase”.

Iran e Siria non vogliono che la Turchia resti ad Afrin e così la Russia ha chiesto il suo ritiro. Se la Turchia non lascia Afrin, ci sarà una guerra e sembra che la Turchia abbia accettato. Nello stesso momento i ribelli dovrebbero lasciare Idlib e spostarsi ad Afrin. A Idlib ci sono anche 150.000 mercenari e se dovesse scoppiare una guerra, molti di questi potrebbero arrivare in Europa. Il pericolo e la volontà di evitare una nuova invasione è di fatto uno dei motivi del perché la comunità europea sostiene la Turchia. Il gioco si fa pesante e si teme anche che la Turchia usi questi ribelli contro i curdi a est del fiume Eufrate. A complicare questo quadro è la presenza di almeno 3000 ceceni che la Russia non vuole assolutamente che rientrino in patria. E qui rientra in gioco la Turchia che si rende disponibile ad aiutare la Russia in questo. In cambio vorrebbe utilizzare però questi ceceni contro i curdi. Ma tutto dipende anche dalla posizione che prenderà l’America. La cosa certa è che gli Usa non permetteranno mai che l’Iran diventi una forza egemone in M.O. per il controllo del petrolio ed anche per aiutare Israele. Occorre quindi dare più potere alla Russia per cercare d’isolare il più possibile l’Iran.

E’quasi certo che gli Usa stiano anche pensato di creare una forte alleanza in M.O. tra Israele, Arabia Saudita e Egitto. Ma nessuno sa per certo quale sarà in definitiva il progetto americano. Ha problemi con la Turchia ma nello stesso tempo non la può perdere! L’obiettivo americano e turco è quello di eliminare totalmente il movimento del PKK. Gli Usa non hanno mai fatto niente per il popolo curdo e per mantenere i loro interessi in M.O. devono cercare di far diminuire la forza curda, non renderla autonoma, indipendente e forte.

“Da quando il mondo è stato diviso dopo la prima guerra mondiale c’è stato sempre solo il caos. L’Europa ha chiuso gli occhi anche difronte alle ultime dichiarazioni di Erdogan fatte poco tempo fa in Germania, dichiarando che tutti i tedeschi sono figli di Hitler e tutti i francesi colpevoli di quello che hanno fatto in Algeria. Perché l’Europa quindi ha bisogno di un uomo così? Il sistema in Europa sta perdendo potere e la popolazione non crede più alla sua politica. c’è un movimento di protesta e a noi questo può fare solo piacere”.

Tra tutte queste analisi e soluzioni, Riza termina affermando che “il suo mondo è diverso e dichiara la sua enorme rabbia e delusione nei confronti della Russia e della Cina per aver venduto il sogno socialista. Per tutti gli altri paesi è normale il loro comportamento in quanto sono sempre stati paesi capitalisti”.

Ricordo le parole espresse dai guerriglieri incontrati in montagna che riprendono la filosofia di vita del loro Presidente Ocalan: “Combattere per tutta l’umanità senza nessuna distinzione di etnie, siamo tutti uomini. Fare una rivoluzione significa prima di tutto impegnarsi, studiare, lavorare su tanti fronti e la cultura è la parte più importante. L’identità umana è stata modificata nel corso degli anni ed oggi la si deve recuperare. Il loro obiettivo è quello di essere al servizio del popolo. Non è importante sapere da dove vengono, la loro storia, importante è essere dove c’è bisogno di loro. Combattono con le armi, ma anche con le idee e con il pensiero, contro il sistema capitalista. Il mondo è sporco ma bisogna andare avanti e l’unione delle persone e dei popoli, è il segreto per riuscire a combattere il male. Abbiamo accettato questo e siamo pronti a morire. Il nostro partito è un partito di martiri, ma se io oggi muoio ne arriveranno altri due domani”.

La situazione, come abbiamo sentito da Riza Altun e da Fatma Adir, è molto complicata e con poche speranze. Lasciamo Qandil con molta tristezza e preoccupazione. Il sorriso sereno sul viso di Riza e Fatma ci conforta un po’. Mi chiedo come è possibile di fronte a tanta incertezza e pericolo riuscire a rimanere tranquilli e fiduciosi. La risposta è semplice: la certezza di essere nel giusto. Con un semplice sguardo riescono a trasmettere forza, sicurezza e amore. Amore per la vita. Amore per la propria terra. Amore per il mondo.

Nella regione di Idlib e Afrin si gioca lo scontro finale?

Idlib è ancora controllata da gruppi radicali e jihadisti. Questa zona è sempre stata considerata da Assad come fondamentale per la riconquista di tutta la Siria ma gli accordi presi con Russia e Turchia avevano bloccato ogni iniziativa. Prendere Idlib aiuterà Assad e i suoi alleati, Russia e Iran, a consolidare una vittoria della guerra civile in corso da otto anni. Come abbiamo visto, Idlib è una provincia particolare. E’ da tempo il rifugio dei siriani sfollati, dei ribelli che hanno paura delle ritorsioni del regime e dei jihadisti. Qui vive una popolazione di più tre milioni di persone schiacciate tra due fuochi.

E’ dal 15 settembre 2018 che la situazione è ferma per una specie di tregua, un accordo Russia – Turchia per la creazione di una zona di de-escalation di 20 chilometri intorno alla provincia. La parte interna controllata dalle forze turche, mentre quella esterna da militari russi. La tregua però è stata interrotta varie volte. La Russia infatti ha accusato la Turchia di non rispettare l’impegno di ridurre l’influenza dei gruppi più estremisti. Dal 30 aprile 2019 ci sono stati molti raid delle forze siriane e russe sulla zona sud della provincia, dando così inizio ad una nuova offensiva su Idlib. La Russia è infatti interessata ad assumere un ruolo importante nel processo di pace siriano, mentre la Turchia vuole invece stabilizzare l’area per evitare flussi migratori verso il suo territorio e limitare la presenza dei curdi siriani nel nord del paese. L’offensiva ha provocato la distruzione di almeno 19 ospedali e centri medici e costretto alla fuga 180mila abitanti della provincia. La Turchia, nel frattempo, ha inviato nuove armi ai ribelli e ai miliziani qaedisti proprio per evitare che la provincia possa tornare nelle mani di Damasco.

Il cantone di Afrin che conta 135.000 abitanti e più di 15.000 profughi, è occupato dalle forze militari turche dall’inizio del 2018, anno dell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”.

Il governo turco, ai primi di giugno 2018, ha completato la costruzione di un muro (iniziata nel 2015) di 764 chilometri lungo il confine con la Siria, con la scusa della propria difesa nazionale.

Il confine della Turchia con la Siria è lungo 911 chilometri. La linea quindi che divide i due paesi è stata fondamentale nello sviluppo della guerra: dalla Siria alla Turchia, come passaggio per i rifugiati, dalla Turchia alla Siria, come rotta per i jihadisti e le forze armate turche durante l’operazione “Ramoscello d’ulivo”.

La Turchia, alla fine di aprile scorso, ha iniziato la costruzione di un altro muro di separazione, con l’obiettivo d’isolare il cantone di Afrin dalle zone controllate dalle forze russe e siriane. Il muro in cemento, alto tre metri, si va estendendo per oltre 70 chilometri con lo scopo di incorporare la maggior parte della regione curda. Per realizzare il muro, il governo turco ha demolito circa 20 case ed altre strutture esistenti nella zona. La motivazione ufficiale è quella della “sicurezza”. Proteggere l’area dalle forze curde. In realtà, darà protezione ai gruppi islamisti e riuscirà a spezzare la continuità territoriale curda lungo i propri confini meridionali.

La popolazione però non sta a guardare. Numerose manifestazioni di protesta si sono organizzate in Rojava. La più combattiva e numerosa è avvenuta il 12 maggio scorso nella città di Amude. La copresidente del Consiglio popolare di Amude, Selva Sileman, ha sottolineato che “così come proseguono le pratiche di espulsione e di sterminio utilizzate dalle truppe di occupazione turche e dai loro alleati jiadisti in Afrin, ugualmente prosegue, sotto gli occhi indifferenti del mondo intero, la costruzione illegale del muro”. La Turchia in questo modo vuole evitare che l’esperimento del Rojava si possa sviluppare anche in altre zone al suo confine.

FINE …MA TUTTO CONTINUA….  

 

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