Riflessioni di una volontaria nel campi per rifugiati

  • Luglio 11, 2019 11:28

Pubblichiamo l’intervento della compagna Gaia, una riflessione derivata dalla propria attività come volontaria nei campi per rifugiati. Da poche settimane rientrata dall’ultima esperienza in Grecia, Gaia conclude con una considerazione sulle cosiddette politiche migratorie dal punto di vista di educatrice, sull’effetto che tale gestione ha e avrà sulle persone coinvolte, alle quali è negata ogni fiducia nel presente e speranza per il futuro.

 

 

Sono stata nei campi rifugiati per la prima volta nel 2015, in Giordania: davanti a me vere e proprie baracche costruite con plastica, pezzi di tende, assi di legno, tappeti e coperte in mezzo alla terra rossa, arida e desertica. Niente acqua corrente, per cucinare fornellini a gas e fuoco. Gli aiuti umanitari qui sono pochissimi, praticamente inesistenti.  L’UNHCR non interviene nei campi non governativi, campi formatisi dopo che le persone sono scappate, spesso, dalla violenza dei campi governativi.

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Nel 2016 mi sono spostata in Grecia, nei campi informali vicino al confine con la Macedonia. Anche qui una distesa di tende colorate, vere e proprie tende da campeggio, e qualche tenda un po’ più grande donata dagli aiuti internazionali. Qui organizzazioni umanitarie e volontari indipendenti cercano di collaborare per dare una parvenza di normalità al campo. Eko Camp: un campo nato in una stazione di servizio ancora attiva. All’interno del campo si è creata una piccola economia: un bar, produzione e vendita di pane arabo, vendita di frutta e verdura. Davanti agli occhi file interminabili di persone che aspettano il proprio turno per ricevere i pasti, file interminabili di persone che aspettano di poter usufruire dei bagni. Nonostante questo il clima è tutto sommato sereno, ci sono la scuola, la cucina, la tenda delle donne, la radio. Ci sono i balli al tramonto. Ci sono i pasti condivisi con i volontari. Fino allo sgombero della polizia. Uno sgombero avvenuto all’alba: pochi minuti per racimolare le proprie cose, quelle più importanti, per poi essere caricati su un pullman, direzione campo governativo.

Un campo governativo che non ha nulla a che vedere con le dinamiche di Eko Camp. Un grosso magazzino con centinaia di tende allineate all’interno ed all’esterno, sotto il sole. I wc chimici anch’essi posizionati sotto il sole, con lo scarico a cielo aperto. Bambini che non hanno prospettive, passano il giorno a picchiarsi e a giocare nei rifiuti. La difficoltà dei volontari nel relazionarsi con i militari. Tutto fa rimpiangere Eko Camp. Il campo governativo verrà infatti chiuso.

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A maggio 2019 arrivo a Diavata, un altro campo governativo in Grecia.

Pensavo di aver visto il peggio negli anni precedenti ed è per questo che il primo impatto con questo campo non è stato poi così traumatico.

Un cancello, uno spazio giochi, un asilo, una scuola, un container adibito a palestra, una microeconomia fatta di un paio di negozietti, un ristorantino e il mercato della domenica…i container bianchi ed infine le tende.

Tutto perfettamente allineato, tutto tremendamente impersonale.

Poi mi sono tuffata nella vita quotidiana e mi sono scontrata con la realtà: container abitati anche da due famiglie, circa una dozzina di persone, tende senza acqua ed elettricità, al sole. Quando va bene. Quando va male si condivide invece uno stanzone sopra il magazzino. Uno stanzone le cui “camere” sono delimitate da coperte tese. Uno stanzone in cui l’igiene scarseggia, nonostante la dignità delle persone che, quotidianamente, utilizzano i bagni comunitari.

Ho incrociato gli sguardi di quelle persone, ho ascoltato i loro racconti. Vivono in Grecia da anni e sono arrivate via mare o via terra, dalla Turchia, superando il fiume Evros. Sono persone in attesa. In attesa di un documento. 

Tra le tante persone ci sono anche tantissime famiglie in attesa di essere registrate (le informazioni scarseggiano, non sono facilmente reperibili e le tempistiche per la richiesta di registrazione sono brevi).

Le persone in attesa di registrazione sono persone cui non spetta nulla: dal cibo ad uno spazio per dormire, dai pannolini per i bambini agli assorbenti per le donne.

Non mi toglierò mai dalla mente una famiglia con due bambine autistiche. Non mi toglierò mai dalla mente lo sguardo della madre e il mio senso di impotenza nel vedere sbaraccata ogni giorno la loro tenda.

Non mi toglierò mai dalla mente le voci dei bambini e dei ragazzi che chiedono di poter frequentare la scuola e di poter imparare l’inglese.

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Non sono in grado di poter riflettere sull’accoglienza in Europa in modo globale, non ne ho le competenze.

Da educatrice però mi sento di ragionare su una dinamica importante e su una delle figure più fragili, quella dei bambini.

Bambini che crescono in un contesto in cui non sono integrati a scuola, non frequentano la scuola (tantissimi sono nati sotto le bombe), non sono inseriti nel contesto del Paese, non conoscono l’inglese se non a livello basilare, potrebbero essere adulti che porteranno dentro di sé un senso di frustrazione, di rabbia nei confronti di una società che ha negato loro diritti basilari.

Questa mancanza di prospettive si può estendere chiaramente a tutte le persone che vivono nei campi rifugiati. Una vita fatta di attesa, di domande sul domani, ma anche sull’oggi.

In quelle domande in attesa di risposta io vedo il fallimento delle “politiche” migratorie.

 

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