Una voce da Diavata, puntata 1

  • Maggio 16, 2019 13:22

Iniziamo oggi un reportage dal campo profughi di Diavata in Grecia. La nostra compagna Gaia è tornata da qualche settimana sul posto in veste di volontaria. In questa prima puntata, una breve spiegazione e le impressioni all’arrivo.

 

Salonicco, Refugee Camp Diavata aperto nel 2017.

Quello di Diavata è un campo governativo gestito dal ministero degli interni, che a sua volta ha affidato l’organizzatore interna del campo all’associazione greca ASB (https://asb.gr). Le grandi organizzazioni come IOM e UNHCR non sono più presenti in Grecia.

Il campo di Diavata è stato studiato per ospitare circa 750 persone. A giugno 2018 le persone ospitate sono arrivate a 2500. Attualmente ci sono circa 950 persone e se ne attendono nelle prossime settimane ulteriori 150 in arrivo dalle isole greche.

All’interno del campo convivono persone che provengono da paesi diversi: Kurdistan, Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, Siria, Palestina, Turchia. Le lingue parlate sono quindi molte e diverse: arabo, curdo, pashtu, urdu, farsi. Queste barriere linguistiche generano spesso tensioni all’interno del campo ed è per questo che il campo è stato diviso in varie zone in base ai paesi di provenienza.

Il campo rifugiati di Diavata si trova nella periferia di Salonicco, tra capannoni industriali e prati incolti. È circondato da una rete e la prima cosa che salta all’occhio sono i panni stesi sulla rete stessa: maglie, pantaloni, indumenti di bambini. Fuori dal campo tantissime persone che dormono su cartoni, in attesa della polizia per essere portate in caserma ed essere registrate. Tante altre invece, quelle che vivono all’interno del campo, aspettano il pullman per Salonicco.

Quando si varca il cancello si viene annientati dal bianco, impersonale e accecante, dei container, della ghiaia e del cemento. File interminabili di container in cui abitano anche dodici persone insieme, due nuclei familiari. Tra questi container spiccano le voci e i visi dei bambini. Tanti, tantissimi. Ti salutano, ti prendono per mano e ti chiedono se oggi ci sarà scuola, se li porterai a fare ginnastica. Un po’ di normalità in un luogo che normale non è per niente.

(Vai alla puntata 2)

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