Memoria e ricordo: una riflessione

  • Febbraio 7, 2019 10:00
Fondamentalmente si tenta di associare tutti gli eventi che hanno come caratteristica distintiva la morte di un certo numero di individui alla Shoah, evento di natura completamente diversa. Appiattendo e offuscando i confini stessi del singolo evento.
Il dramma delle foibe, che si tende ad accostare per analogia all’esodo istriano, ha la caratteristica di aver investito alcune centinaia di sfortunati, per ragioni disparate, e non si avvicina in alcun modo agli episodi di pulizia etnica programmata che hanno sconvolto il mondo del ‘900.
Nella propaganda destroide, e centrista, si è cercato di sommare a queste morti quelle di migliaia di altri italiani (e non) che a vario titolo persero la vita in territori croati durante gli anni alla fine della seconda guerra mondiale.
È evidente l’azione strumentale di chi, speculando sul dolore, tenta in modo forzoso di costruire propaganda politica su fatti che meriterebbero attenzione storica e forse meriterebbero sì una commemorazione reale, non una mascherata che, oltre a non rendere giustizia ai morti e ai sopravvissuti, li espone al rischio di essere minimizzati da chi invece la storia la studia.
Si genera un appiattimento degli eventi che fa comodo solo a chi strumentalizza.
La scelta del 10 febbraio non è casuale. È il giorno della firma degli accordi di pace tra l’Italia e i paesi vincitori. Anche questa data è evidentemente strumentale, o quanto meno una debacle clamorosa, visto che come risultato ha contribuito a far sì che molti comuni decidessero di celebrare i due eventi (Shoah e “foibe”) contemporaneamente.
Tra le conseguenze di questa voluta confusione si colloca perfettamente il grave episodio avvenuto pochi giorni fa: un consigliere della destra novarese, Ivan DeGrandis, militante di Fratelli D’Italia (partito in continuità con l’MSI, che fu fondato dai reduci di Salò, autori ed esecutori delle leggi razziali) ha partecipato alle commemorazioni della strage nazi-fascista a Meina, sul Lago Maggiore.
L’analisi storica sulla natura della questione foibe, e più in generale dell’esodo istriano, è appannaggio di pochissimi cultori e le pubblicazioni, per lo più di altissimo livello, hanno una diffusione debolissima e ostacolata.
Si predilige la vulgata urlata dagli “strilloni” che oggettivamente fa presa sulla massa. L’idea della morte sul fondo di una voragine è una delle immagini più terribili che ci possano essere, ma ad esempio nella sola e famosa foiba di Basovizza, durante le prime esplorazioni post guerra, vennero rinvenuti centocinquanta cadaveri di soldati tedeschi e di un civile, oltre a carogne di cavalli.
Il legame tra esodo istriano e foibe, quasi che le seconde siano fattore scatenante per il primo, è costruzione politica finalizzata al sentimento anti-jugoslavo. La vicenda dell’abbandono dei territori della ex-Jugoslavia da parte della popolazione italofona è anch’essa una eredità dovuta alla massiccia repressione fascista degli anni tra il ’25 e il ’45 in un territorio che per tradizione era multietnico e multirazziale.
In Italia non è mai stato trasmesso, per quanto acquistato dalla RAI  e tradotto in italiano, il documentario di History Channel Fascist legacy

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